Workshop con April Rose a Roma

Roma – 14,15 Luglio – April Rose, invitata per un workshop intensivo di due giorni da Francesca Trezza, accoglie il gruppo di giovani danzatrici che la seguirà durante la lezione del pomeriggio. La sua personalità non si nasconde dietro ai tratti delicati del volto acqua e sapone e al sorriso angelico che offre come primo biglietto da visita alle sue allieve: i suoi lunghi capelli per la maggior parte rasta la accompagnano in ogni suo movimento, ondeggiando quasi come fossero fronde scosse dal vento e, il suo sguardo, trasmette quell’energia che la rende unica nel suo genere.

La sua lezione inizia con una breve storia delle origini dell’ American Tribal Style e dello stile a cui essa è approdata: tutto deriva da Jamila Salimpour che, negli anni ’50, catalogò i movimenti della danza mediorientale sviluppando un repertorio stilistico a contatto con ballerine egiziane, algerine, tunisine che allora danzavano negli Sati Uniti e iniziò a insegnare quello che sapeva esibendosi per tutta la California e la West Coast; successivamente Jamila fondò la compagnia di danzatrici Bal Anat, che includeva anche musicisti presentando una commistione di danze regionali del Medio Oriente e del Nord Africa. Negli anni ’70, una studente di Jamila, Masha Archer, iniziò a insegnare e a dirigere la sua compagnia San Francisco Classic Dance Company; nel suo lavoro fuse insieme diversi elementi come il classic Egyptian Cabaret e gli stili folcloristici ripresi dalla sua insegnante, sostenendo l’approccio americano alla danza mediorientale.

Una studente di Masha dal 1974, Carolena Nerriccio, codificò il primo stile di danza di cui registrò il marchio: American Tribal Style Belly Dance®. Questo stile è caratterizzato dall’esecuzione di gruppo, in particolare dall’improvvisazione; nel 1987, Carolina fondò inoltre la compagnia Fat Chance Bellydance. Le danzatrici che si ispirarono al suo lavoro attraverso l’ ATS® svilupparono diverse ramificazioni stilistiche, alcune delle quali ritenute conformi allo stile di partenza, altre lontane dalla forma originale. Proprio queste ultime sono racchiuse nell’ ITS, l’ Improvisational Tribal Style, nel quale la comunicazione non verbale si instaura tra gruppi che utilizzano uno specifico vocabolario di movimenti.

Amy Sigil delle Unmata, una delle insegnanti di April Rose, utilizza lo stile ITS per creare la fusione Hot Pot ITS (HPITS), una vera e propria libreria di movimenti che riprende alcuni elementi dell’American Tribal Style. April è stata abilitata ad insegnare questa disciplina da Amy Sigil presso lHot Pot Studiodi Sacramento e ha insegnato a sua volta a Los Angeles.

Durante la prima giornata di workshop, dopo il riscaldamento a terra, April ha illustrato i movimenti base dell’ ITS ripresi dall’Hot Pot di Amy Sigil, spiegando poi il loro significato come “richiami” all’interno di gruppi d’improvvisazione e facendoci sperimentare la rotazione all’interno del gruppo in modo che la figura guida, quella del leader, cambiasse ogni volta; il secondo giorno invece, oltre ad una interessante incursione di Indian Fusion, la danzatrice si è concentrata sull’utilizzo del corpo nello spazio attraverso elementi tecnici ripresi dalla danza del ventre ed utlizzati nello stile Tribal; gli elementi sono stati studiati all’interno di una bellissima coreografia che April ha spiegato durante la lezione in maniera chiara e magistrale. La lezione è terminata con esercizi di yoga a terra che hanno svolto in maniera profonda l’azione dello stretching.

Durante il nostro incontro ho dunque scoperto che April Rose non è solamente una bravissima danzatrice, ma è anche un insegnante estremamente raffinata e precisa, dotata di una forte capacità comunicativa e di una sponatenità esemplari.

Colgo l’occasione per ringraziare Francesca, per aver organizzato questa esperienza indimenticabile.

Tribal Fusion: postura e braccia

Osservando l’eleganza e la precisione di Rachel Brice possiamo giungere ad alcune conclusioni importanti per quanto riguarda la postura da adottare nella danza Tribal Fusion:

1) Il busto aperto, determinato dalla contrazione dei muscoli dorsali e dalla cassa toracica ben ampliata;

2) Il collo esteso in modo da ottenere una linea continua tra le vertebre cervicali e quelle dorsali; le spalle effettuano una leggera pressione verso il basso ;

3) Le vertebre lombari ben allineate e in linea con il dorso;

4) Braccia aperte (ma non a 180 gradi) e gomiti esterni, come se entrambe gli avambracci fossero “appoggiati su un tavolo”;

Nella fase in movimento, i polsi sono morbidi e ruotano dall’interno verso l’esterno accompagnando le dita che, raccogliendosi, quando il polso ruota all’interno, si ristendono nel momento in cui questo gira verso l’esterno. E’ ravvisabile che le dita centrali della mano arrivino a toccarsi con il pollice durante la rotazione del polso;

Il busto esegue spesso un movimento oscillatorio abbinato ad una torsione, lasciando il bacino centrale e fermo nonostante l’alternanza dei fianchi. In questo caso le braccia assecondano la direzione in cui si muove il busto attraverso la sequenza spalla – gomito – polso – dita, in cui le spalle eseguono una rotazione in avanti senza  “chiudersi”, rimanendo arretrate rispetto alle clavicole. Quando il busto si muove verso destra insieme al percorso di scomposizione fluida del braccio che si conclude con le dita, (wave), il braccio opposto, (o meglio la mano), si avvicina al busto, e viceversa quando ci si muove nella direzione opposta.

La difficoltà sta nell’associare la scomposizione degli elementi delle diverse parti. Questa scomposizione può essere trattata a volte secondo una maniera “fluida”, a volte secondo “blocchi”. Il fluire del movimento viene arrestato così dalla contrazione muscolare, che dev’essere chiaramente circoscritta solo alla parte che vogliamo “bloccare”. Quest’ultimo meccanismo ha una radice profondamente urbana: proviene dallo stile popping dell’ Hip Hop, ed è necessario per ottenere l’effetto descritto precedentemente.

Stages di danza Dancehall Sunfest 2012

L’idea di creare anche a Bergamo un polo legato al sostegno e alla diffusione della cultura giamaicana appartiene ormai da tempo all’associazione di Bergamoreggae. Il mio tentativo, dal 2009, è quello di inserire la danza Dancehall all’interno del Festival annuale Sunfest, utilizzando questo evento significativo come rampa di lancio per sostenere il binomio Musica – Danza così radicato all’interno della cultura dell’isola.

Come Schoy Stewart recentemente mi ha suggerito, la danza Dancehall non è soltanto una cosa che i giamaicani “fanno”, ma è uno stile di vita, una cultura, rappresenta il modo in cui essi parlano, si vestono, mangiano e vivono. Questo è ciò che dovrebbe spingere ogni persona che si accosta a questo stile ad esplorarne il background culturale, in modo da accorgersi che, antropologicamente parlando, la danza è la diretta conseguenza della società. I “passi sociali” non sono altro che il prodotto di una visione ludica e genuina della vita, da parte di persone che, dall’infanzia alla vita adulta, sono circondati da grandi spazi aperti dove la musica scandisce il tempo e la danza diventa interpretazione del quotidiano.

La danza Hop di Ferry, è stata inventata dalla crew Sample 6, ed è cantata da Elephant Man nel suo singolo “Crazy Hype”

“…Everybody inna di dance a do hop di ferry
Hop di ferry from your clothes nuh ordinary
Hop di ferry me nuh care if you inna Burberry
Hop di ferry Saddam inna different category
Run dem inna your territory…

http://www.youtube.com/watch?v=54YXE9Louxg ( Al minuto 1.45 viene chiamata la danza Hop di Ferry);
Al minuto 1.36 del video sottostante di Swaggi Maggi, che sarà ospite al Festival Sunfest il 22 luglio 2012, esegue la danza Hop di Ferry;

Questo è solo uno dei molteplici esempi di danze che affondano le loro radici nella quotidianità. Durante gli Stages di Danceheall del 20, 21, 22 Luglio 2012, presso il Parco della Trucca di Bergamo, potrete scoprirne di nuove e conoscere più da vicino la cultura della Dancehall.

 

 

Tribal Fusion, Dancehall, Hip Hop: la tradizione nella modernità

Leila

Anteprima dell’articolo che uscirà sul numero 9 di Art App dedicato alle tribù

www.artapp.it.

Nulla si crea, nulla si distrugge: alla scoperta del passato per conoscere il presente

Leila

Fusione, assimilazione, amalgama, mescolanza: sinonimi per designare quella particolare caratteristica che permette ad alcune danze tribali di fare ingresso nella società urbana e di mantenere sì la propria radice culturale, ma all’interno di un contesto contemporaneo.
Minacciate dalla privazione delle proprie tradizioni, conseguenza del fenomeno della globalizzazione, alcune società hanno trattato la danza esattamente come le altre componenti e attività della vita quotidiana soggette al cambiamento, ricercando nel “nuovo” un supporto per il proprio patrimonio coreutico, superando così il clichèt dell’isolamento culturale.
Sono così sopravvissute le antiche danze berbere e tribali dell’Africa Subsahariana nella danza Tribal Fusion, le antiche danze creole nella Dancehall e africane nell’ Hip Hop.
Sicuramente questo ingresso trionfale delle danze tribali nel mondo occidentale, nel repertorio metropolitano e globale, è stato determinato sia dal fenomeno dell’orientalismo, sia dal fascino esercitato dall’”esotico”, così come dall’ingresso della strumentazione multimediale nel panorama musicale.
Altro fattore necessario per la sopravvivenza delle danze tribali è stata l’integrazione culturale, il melting pot, che oggi caratterizza la maggior parte dei centri urbani nel mondo.
Ma cosa intendiamo per danze tribali? Sicuramente l’immaginario collettivo ci invita a considerarne l’aspetto prettamente antico e romantico, quale quello delle antiche tribù dell’Africa. E’ proprio a questa dimensione “selvaggia” e senza tempo a cui necessariamente dobbiamo associare il concetto di fusione. In etnologia il termine “Tribù” fa riferimento ai concetti di gruppo e di appartenenza, in cui le danze tribali sono praticate nei momenti più importanti della vita dell’uomo, come la nascita, l’ingresso nella vita adulta o nella comunità, il matrimonio, la morte, oppure la vita religiosa e spirituale.

Dalle antiche danze tribali alla Tribal Fusion Americana

Carolena Nericcio

La danza Tribal Fusion nasce negli Stati Uniti d’America negli anni ‘90 dall’American Tribal Style Belly Dance, (ATS), per quanto riguarda le movenze e i costumi, ma differisce da essa poiché fonde anche lo stile popping dell’ hip hop, il Flamenco, la danza africana, il kathak (una delle sette danze classiche indiane), la breakdance e la danza del ventre tradizionale. Inoltre viene integrata dallo yoga, disciplina indiana che vanta una tradizione millenaria.
La danzatrice che meglio rappresenta la Tribal Fusion è senza dubbio l’americana Rachel Brice, conosciuta in tutto il mondo per il suo straordinario talento e per la sua incredibile capacità di controllo muscolare, frutto di intensi studi di yoga e danze mediorientali; chi la vede danzare può paragonare il suo corpo ad un serpente, tanto la fluidità e la contrazione muscolare sono precisi e profondi.
Prodotto degli anni più recenti, la danza Tribal Fusion è oggi diffusa in tutto il mondo.
L’American Tribal Style, da cui deriva appunto la Tribal Fusion, è una particolare fusione ideata da Carolena Nericcio nel 1987 che, amalgamando passi e postura della danza orientale e stili popolari del Nord Africa con elementi mutuati dal flamenco e dalla danza indiana, porta le danzatrici ad un forte senso d’appartenenza al “gruppo”, eliminando così la presenza della solista e riportando la danza nell’alveo del concetto tribale, in quella comunione d’intenti che carica d’energia i movimenti.
La parola d’ordine è dunque fusione, al fine di far rivivere gli stili tribali all’interno di un contesto urbano e metropolitano; non è dunque un caso se entrambi questi stili, American Tribal Style e Tribal Fusion, siano nati negli States.
La fondatrice dello stile ATS, la Nericcio, fa un interessante parallelismo tra la sua personale esperienza e quella che ha portato alla nascita della danza orientale tra Nord Africa e Medio Oriente:
“Mi è successa più o meno la stessa cosa che accadde ai gitani quando lasciarono l’India diretti in Nord Africa: portavo con me il senso di quel che ero abituata a fare, ma poi sono stata influenzata da altre musiche e da altra gente. Così, ho seguito la mia intuizione e ho creato un’arte a partire dai fondamenti che la mia insegnante mi aveva dato, per poi abbellirli con le nuove idee che andavo sviluppando.”

Dalle danze tradizionali alla Dancehall: il sincretismo giamaicano

Danza

La danza Dancehall giamaicana contemporanea si sviluppa dall’inizio degli anni ’80 grazie al contributo di alcuni ballerini giamaicani inventori delle cosiddette moves, ovvero passi di danza battezzati con un nome giamaicano che corrispondono al titolo di una canzone o che vengono annunciati nel testo dal repper.
Questa danza ha radici profonde, in particolare trae le sue origini dai ceppi africano, europeo e creolo. Già possedimento spagnolo dal 1494 al 1655, noto con il nome di Santiago, la Giamaica è poi diventata dominio britannico; ottenne piena indipendenza dal Regno Unito solo il 6 agosto del 1962. Il suo sincretismo culturale è dunque il risultato di una storia di colonizzazione e di fusioni.
Come spazio culturale e luogo di aggregazione in cui si balla, le radici della dancehall sono da ricercare nell’epoca della schiavitù. Durante il periodo colonico infatti, gli schiavi africani svilupparono balli di coppia entrati poi a far parte del patrimonio culturale tradizionale giamaicano sulla base del ballo da sala europeo quadrille. L’emulazione di questa danza eseguita dai coloni determinò un impulso negli africani, che arricchirono dei propri ritmi l’accompagnamento musicale e dei propri passi di danza più morbidi e meno formali il repertorio coreutico europeo, arrivando a concepire la prima musica “moderna” popolare giamaicana: il mento.
Hedley Jones, ex presidente della Jamaica Federation of Musicians, (Federazione giamaicana dei musicisti), ha affermato che “la dancehall è sempre stata con noi, perchè abbiamo sempre avuto i nostri locali, le nostre piazze del mercato, i nostri baracconi…dove eseguivamo le nostre danze. E si chiamavano dancehall, sale da ballo.”
Quindi la dancehall non rappresenta l’epilogo delle radici musicali giamaicane, ma ne è la radice: negli anni ‘70, la sala da ballo con la band dal vivo ha ceduto il posto ai sound system, (discoteche mobili con potenti impianti di amplificazione). A loro volta i sound system sono stati il motore di molti dei successivi sviluppi della musica popolare giamaicana, anche della musica rap dei DJ.
In Giamaica gli eventi all’insegna della dancehall si svolgono prevalentemente in spazi aperti, in occasione dei quali si balla fino ad esaurire le forze, producendo performance intense e vibranti, le “dancehall session”.

…Dal Griot al B-Boy…

Griot

Se volessimo muoverci a ritroso nel tempo alla ricerca delle origini della danza Hip Hop dovremmo senza dubbio analizzare la figura del Griot.
Il ruolo del Griot all’interno del villaggio africano rimanda a quello dei cantastorie nelle corti medievali occidentali; egli è lo specialista della parola, grazie al quale questa diventa arte. La sua funzione è quella di custodire la storia e le tradizioni del suo popolo attraverso il racconto, all’interno del quale la parola viene supportata dalla musica e dalla danza. Solitamente si diventa Griot per discendenza diretta e le tradizioni sono trasmesse oralmente di generazione in generazione, attraverso precise tecniche mnemoniche tra cui i canti e i ritmi del tamburo.
Come la musica, in Africa anche la danza è collegata a particolari situazioni rituali o cerimoniali. Ad esempio sul ritmo Dununbà gli uomini ballano una danza possente, forte, vestiti di rosso in occasione del cerimoniale.
Ogni passo corrisponde ad un determinato ritmo e, ad ogni “chiamata” del tamburo, il passo di danza muta, sviluppando parallelamente il significato di cui si fa veicolo.
Nonostante il Griot mantenga ancora oggi un ruolo predominante all’interno di molte realtà rurali proprie dell’Africa e la sua cultura rappresenti nel mondo occidentale una fonte d’interesse a livello antropologico, questa figura ha un alter ego in chiave urbana e contemporanea: il B-Boy.


Ballerino di hip-hop e break-dance, il B-Boy ricorda le prove di iniziazione dei giovani chiamati a diventare adulti nei villaggi . Proprio il B-boyng, (dai più chiamato break-dance), è una delle quattro discipline in cui si articola l’hip hop, ovvero l’espressione più intraprendente e diffusa della comunità afroamericana negli ultimi trent’anni. Le altre tre sono: il Rap, il Turntablism (ovvero “manipolazione del giradischi”) e l’Aerosol art (“arte delle bombolette”).
La storia orale dell’hip hop indica Kool Dj Herc come inventore del termine B-boy per definire i ragazzi che piroettavano attorno alla sua postazione nel corso dei block party.
Sui break ottenuti dai dj passando da un giradischi all’altro per mandare in onda consecutivamente gli stacchi di batteria di uno stesso brano, si verifica alla fine degli anni ’60 un’evoluzione dei movimenti fino ad allora utilizzati per ballare il rhythm and blues, il jazz e il boogie. Ragazzi per lo più appartenenti alle gang di quartiere, i primi B-boy adattano al ballo movimenti di autodifesa appresi nelle palestre, nelle bande medesime o dai film di Bruce Lee. La capoeira brasiliana e il kung fu asiatico offrono così un consapevole contributo alle spettacolari evoluzioni dei ballerini di break dance, che all’inizio degli anni ’70 si sfidano in alcuni club di New York e Los Angeles. E’ il decennio decisivo per lo sviluppo del B-boyng, soggetto a continue innovazioni, di provenienza spesso contesa, fino al raggiungimento di una sorta di protocollo universalmente riconosciuto.

Beatrice Secchi

Sunfest 2012 – Il festival bergamasco di musica e danza giamaicana

Dopo l’enorme successo della scorsa edizione, anche quest’anno torna il Bergamoreggae Sunfest!

Se non temete che i caldi ritmi caraibici arroventino le vostre notti estive, allora vi aspettiamo al Parco della Trucca dal 18 al 22 luglio… Sì, avete capito bene! Per la sua quinta edizione il festival vi offrirà non quattro, ma cinque serate di musica giamaicana, con doppio show prima sul Main Stage e poi sotto la Tenda Dancehall e con artisti italiani e internazionali del calibro di… di… Un po’ di pazienza, lo scoprirete nei prossimi giorni seguendoci sui nostri siti e su Facebook!

Ma prima che sprofondiate in un entusiastico stato confusionale vogliamo ricordarvi che il Bergamoreggae Sunfest non è solo ottima musica e ospiti illustri: è anche, nel cinquantesimo anniversario dell’indipendenza della Jamaica, l’occasione per una full-immersion nella cultura dell’isola, grazie agli Aperitivi dedicati all’approfondimento della sua tradizione musicale e grazie al corso di danza, curato da Beatrice Secchi, che in breve tempo farà di voi perfetti dancehall queens e dancehall kings…

Tra sfide sportive – calcetto, palla prigioniera, atletica e parkour – e attività ludiche per grandi e piccini come il workshop di giocoleria tenuto da Silvia Pomina, i pomeriggi al parco non vi concederanno un istante di noia, mentre Tassino Eventi al bar, Quincy alla cucina e Carlo alle pizze faranno magie per ritemprarvi a dovere…

Insomma, le premesse per cinque giornate memorabili ci sono tutte, ora mancate solo voi!

www.bergamoreggae.org

“Things that Death Cannot Destroy”, un lavoro di Linda Fregni

“Things that Death cannot Destroy”

Guardando al lavoro di Linda Fregni viene spontaneo viaggiare a ritroso nel tempo durante l’epoca vittoriana, quando venne costruito per la prima volta lo strumento scaturito dagli studi ottici illuministi settecenteschi, quegli studi positivisti dove la scienza venne messa temporaneamente al servizio dell’arte.

Il marchingegno si basava sulla scoperta della persistenza dell’immagine sulla retina, sul fatto che l’occhio umano fosse in grado di percepire il movimento se sottoposto allo scorrimento di immagini lievemente diverse, oltre che sul principio della camera oscura di Leonardo da Vinci.
Tale macchinario era la lanterna magica, la cui luce emanata permetteva di proiettare immagini impresse su vetro.
La sorpresa e il fascino esercitati da essa sugli spettatori vittoriani erano anche la conseguenza di un traguardo, ovvero l’attuazione di una prima logica narrativa visuale. Oggi questa logica narrativa visuale plasmata dalla lanterna riesce ancora ad essere magica, non essendo stata vittima di una dissipata suggestione né tanto meno di un’inflazione intellettuale che ne abbia svilito i contenuti.

Lo sa bene Linda Fregni Nagler, che di contenuti ne ha cercati e continua a trovarne molti, da presentare alla sua traduttrice simultanea, la lanterna, piccola camera in un’ immaginaria torre di Babele che rende possibile trasformare ogni piccolo linguaggio visivo in grandi spaccati d’umanità grazie alla luce.
Da sempre affascinata da alcuni “filoni” della fotografia anonima, da qualche anno a questa parte è nata in lei la curiosità per le immagini trovate, tutte di autori anonimi: una svolta nel suo lavoro che le ha permesso, giorno dopo giorno, arricchendo il suo romantico patrimonio d’immagini, di costruire un archivio attraverso canoni non accademici, arrivando a disporre di circa una migliaio di pezzi. A furia di raccogliere materiale ha pensato sia di riattivarlo cercando di destare stupore e ambiguità nello spettatore, il quale confrontandosi con esso non ha gli strumenti per collocarlo precisamente nella storia, sia di proporre una nuova consapevolezza sociologica del passato che diventa inscindibile dall’aspetto del quotidiano, spaccato altrettanto poetico della vita.

Questi singolari cimeli recuperati sovente su internet, (e-Bay), a volte possono far sorridere, sostiene sorridendo a sua volta l’artista, a volte possono invece portare alla nascita di nuove categorie da archiviare, come quella dei “personaggi umani assoluti”, i quali sarebbero caratterizzati da una piccola componente tragica e sarebbero dunque distinguibili dalle persone comuni che si possono incontrare più facilmente in altre figure. Le immagini provengono spesso dall’ambito della divulgazione scolastica e, sprovviste del nome del fotografo, sono invece dotate di una didascalia esaustiva composta a volte da appunti scritti direttamente sulla cornice del vetrino; alcune di queste descrizioni, essendo piuttosto bizzarre, inducono Linda ad acquistare immediatamente l’immagine. Alcune categorie poi, sono composte da repertori più ricchi rispetto ad altre, come per esempio quella relativa al “Giappone”, argomento di cui l’artista si era già occupata in passato, interessandosi in particolare alla fotografia giapponese del periodo Meiji, (1868-1912).

“Archiviare il mondo” significa anche indagare a livello antropologico processi cognitivi propri di un determinato periodo storico: nella categoria “Etn”, l’artista riscontra nell’originario intento esplicativo alle immagini una forte componente razzista, per esempio “Races of man” è il titolo di una fotografia con tre uomini dal volto peloso. Le categorie di Linda Fregni offrono un’ampia gamma di spunti, si può passare da immagini relative alla scoperta del polo Sud a scene di caccia, dall’Egitto al Giappone.
L ’accumulo diventa tributo alla fotografia, la stessa materia che l’artista insegna presso l’Accademia Carrara di Bergamo e di cui si occupa. Lo stesso accumulo, conseguente alla costante raccolta, riattiva la circolazione di materiali che altrimenti rimarrebbero bloccati in uno spazio angusto come quello di un cassetto di qualche mobile antico, confinati nella memoria di qualche stanco viaggiatore o dell’amico del misterioso fotografo, padre spirituale dell’immagine considerata.

Il materiale così raccolto viene selezionato quando si tratta di organizzare le immagini per una determinata proiezione attraverso una sorta di “memory” sul pavimento, grazie al quale si sviluppano giochi di associazioni visive e formali, cartine tornasole per la scelta dell’artista, che si concentrerà sugli accostamenti che più la sorprendono. A questo punto può avvenire la trasposizione nella lanterna.
Le immagini dal sapore contemporaneo, a volte a causa dei colori presenti, frutto di ridipinture successive, rimangono fedeli alle origini e all’ incanto dello strumento, che esercita su di esse una sorta di filtro temporale e allo stesso tempo atemporale, retaggio di epoca sette/ottocentesca, ma anche dimensione trascendente dove il tempo è secondario rispetto alla logica narrativa visuale.

Se poi la cernita di “diapositive magiche” effettuata dall’artista viene proposta al buio, dove la stanza perde i suoi confini geometrici che si rintracciano nuovamente solo nelle figure proiettate, ecco che l’occhio dipende dalla lanterna, da quella luce fioca che emanata richiede uno sforzo di concentrazione maggiore e porta ad accentuare il senso dell’udito nello spettatore. Egli, spinto dalla necessità di comprendere, è nutrito costantemente da una voce in perfetta madrelingua inglese che descrive le didascalie con la stessa attitudine scientifica con cui è stata costruita la lanterna. Tale commento litanico a supporto di ogni immagine è parte integrante del lavoro, rappresenta ciò che in quel dato momento era importante registrare per il fotografo e, secondo l’artista, riporta alla magia legata allo stupore ingenuo di chi sembra guardare ai soggetti per la prima volta. L’idea di far emergere le informazioni “inutili” del vernacolare e dell’anonimo è scaturita nel 2008, dopo che Linda assistette ad una proiezione di fotografie autochrome presso il Museo d’Orsay di Parigi, durante la quale vennero letti gli appunti che l’autore aveva lasciato sulla lastra fotografica.

Nel lavoro di Linda si ripropone intatta la componente d’intrattenimento ottocentesca legata al fascino del principio della dissolvenza e si affianca il valore aggiunto della sua proiezione che diventa l’archivio personale dell’artista, la sua stessa volontà. Things that Death Cannot Destroy è un neologismo figurativo, dove l’uso di una vecchia immagine all’interno di un nuovo contesto non più ottocentesco si arricchisce di un significato inedito.

Quando l’artista sente attribuire al momento legato alla proiezione delle immagini con la lanterna la definizione di “performance” cerca di chiarire le sue intenzioni specificando che non si tratta di una rappresentazione teatrale, quanto di una “teatralizzazione dell’immagine”.
“Le cose che la morte non può distruggere” sono paradossalmente esposte ad un criterio del degrado e sono fortunatamente sopravvissute: la fotografia su vetro è fragile e gli articoli collezionati da Linda Fregni sono originali del periodo ottocentesco.
L’approccio di quest’artista dona al suo operato un dinamismo eccezionale, un eclettismo scevro di ogni ridondanza che rende il suo lavoro più contemporaneo che mai: panta rei, tutto scorre e ritorna dal passato passando sotto la magica supervisione, sua e della lanterna.

Beatrice Secchi

Festa della donna 2012 – Focus on Laure Courtellemont

«La mia più grande soddisfazione, è stata quella di essere riuscita a dimostrare come si possa essere molto sensuali, senza diventare volgari. Troppo spesso, infatti, le coreografie studiate per i videoclip di hip hop sono degradanti per le donne che finiscono, così, per dare una brutta immagine di sé».

Laure Courtellemont

 

 «Il principio del ragga jam è di conciliare l’eccellenza e la dimensione artistica della danza, con i valori dello sport che sono la tolleranza, il rispetto, la solidarietà».

Laure Courtellemont

Laure Courtellemont – ballerina coreografa e insegnante nota in tutto il mondo per aver creato nel 1996 Ragga jam.

Nasce a Toulouse il 15 marzo 1977.

In una recente intervista in Polonia, (uno dei tanti paesi nel mondo dove Laure Courtellemont si è recata per insegnare e tenere stages di danza Ragga jam), le viene chiesto di delineare il concetto di Ragga jam: lei risponde sostenendo che sia la sua percezione della cultura Reggae-Dancehall, la danza dei suoi sogni, creata diciassette anni fa quando ancora in Europa nessuno conosceva questa musica e questa danza a parte i giamaicani e l’ambito underground europeo. Per lei Ragga jam è il suo partner, la sua ombra, qualcosa che è cresciuto con lei in questi anni e l’ha plasmata portandola ad essere quello che oggi è.

Per spiegare il motivo della popolarità crescente che sta avendo questo stile di danza in tutto il mondo, la Courtellemont pone l’accento sulla crescente affermazione delle culture di strada, sulla forte connotazione africana conservata da questo stile e sul rimando alle origini di ogni essere umano, sulla sua sorprendente capacità di mescolare culture e “pelli”.

Oggi in Europa le classi di Laure e del suo team Ragga jam sono colme di giovani ragazzi e ragazze tanto diversi nel colore della pelle quanto simili nella stessa volontà di esprimersi attraverso il cuore, attraverso quest’arte coreutica dove i passi sociali giamaicani diventano simboli stenografici visivi, un richiamo ad una cultura eterogenea dove la radice afro scalda il tutto e rende salde le fondamenta. La donna esegue gli stessi passi dell’uomo eliminando qualsiasi retaggio di visione classista: di fronte allo specchio si è tutti uguali; lo stesso specchio che riflette il vigore di un racconto della musica con il corpo, perché le coreografie di Laure raccontano sempre una storia, una storia ogni volta diversa per chi la danza e per chi la guarda, che ci affascina e ci seduce, confermandoci che la cultura giamaicana è alla portata di tutti e che la danza di gruppo fortifica, emana un’energia unica e condivisibile.

Laure viaggia in tutto il mondo per diffondere la sua danza sviluppatasi in diciassette anni di ricerca continua, di evoluzione, di amore per questa cultura; ma quando si tratta di individuare un luogo prediletto risponde citandone tre: il Brasile, la Giamaica e New York. Il primo per il cuore dei ballerini, per la loro motivazione e la loro storia, per l’amore di questa gente verso il ritmo e la danza; New York per l’ispirazione suscitatale,  una metropoli gremita di talenti e artisti che Laure ha sentito e amato conoscendo fondo, il posto per gli artisti sostiene appunto, dove ha trovato insegnamento e ispirazione. Tutte le danze che ama, eccetto la dancehall, sono nate lì. Così tante comunità, così tante persone diverse, proprio come a Parigi, ma la differenza per lei è che se tu vali, New York ti porta in alto. La Giamaica in ultima istanza, naturalmente la sorgente della dancehall, con la sua affascinante forza ed energia.

La “Laure insegnante” predilige un metodo che permetta alle persone di essere libere di esprimersi e, solo dopo preveda la tecnica; crede fermamente che si possa imparare meglio divertendosi e sentendosi a proprio agio. La sua passione e il suo dinamismo permettono a chiunque si avvicini allo stile di capire la musica, di viaggiare emotivamente attraverso le note e di sviluppare quel senso di estro individuale che è già insito in ognuno di noi, ma che a volte si fatica ad esternare. La cultura occidentale, in particolare europea, è colma di tabù ed ha influenzato fortemente sia l’evoluzione dell’arte che quella della danza, relegando a volte alcune movenze del corpo a sintomo di sfacciataggine, senza capire che questi stessi movimenti permettono al corpo e alla mente di sbloccarsi senza intaccare il “senso del pudore” radicato nella società.

Quando le si domanda di fare un excursus sulla sua storia dall’ inizio sino ad oggi risponde che il suo inizio come ballerina è stato nel suo letto! Ogni singolo giorno, alzandosi la mattina grazie al rapporto tra lei e la musica durante gli anni; così ha costruito se stessa come danzatrice prima di tutto, e solo dopo è andata a studiare danza trovando la sua espressione, la sua libertà e, infine aggiungendo la tecnica.
Laure ha creato il Ragga jam nel 1996 e successivamente ha cominciato ad insegnare a Parigi. Importante è stato l’incontro con Stella Diblik, che è diventata il suo agente e le ha organizzato viaggi per il mondo al fine di insegnare; Successivamente David Fonclaud, il primo che nel 1999 l’ha portata in Guadalupa per esibirsi di fronte ad un pubblico inizialmente scettico ed in seguito entusiasta della sua performance. Dopo, Laure ricorda, la Nike, con un contratto da atleta e modella e, successivamente il Ragga Jam by Nike. Questo partner ha portato il Ragga Jam ad essere esposto su un alto livello. Poi la sua più grande sfida a New York attraverso il test dell’insegnamento nella grande scuola newyorkese del Broadway Dance Center. Poi suo figlio, la sua più grande ispirazione afferma; ed ora nessuno può fermarla.

Quando il popolo delle Antille la vede danzare e la consacra “regina” dell’Hip Hop dimenticando il colore della sua pelle, Laure reagisce sostenendo che non ci siano regine nella danza; ogni giorno bisogna fare meglio, ci sono tanti talenti e tante cose da imparare. Così, lei dice di essere se stessa e di fare del suo meglio, solo questo e nient’altro.

A chi vorrebbe un consiglio Laure ha solo una risposta: ascoltare la musica. La chiave, chiarisce, è nella musica. Come la musica crea le danze, ogni giorno.

La forza di questa donna trasporta l’universo femminile nella speranza, la speranza di credere nei propri sogni, di gettare il cappotto della disillusione e di vestirsi di positività, di gentilezza e amore. Amore per l’arte, per la danza e per la creazione di qualcosa di concreto da aprire al mondo; un coinvolgimento per chi vuole entrare nella musica con l’anima e imparare ad ascoltare il proprio corpo senza perdere di vista il riddim più importante, quello del nostro cuore.

Beatrice Secchi

Gothic Bellydance: impulso STRAordinario

Silviah

Attraverso un percorso di due giorni (25/26 febbraio) con l’insegnante e ballerina Silvia Colombara, in arte Silviah, in occasione dell’evento Tribal & Bellydance Academy 2012 presso l’ associazione culturale Metiss’Art di Milano, ho incontrato per la prima volta lo stile Gothic Bellydance.

Subito mi è venuto spontaneo descrivere tale stile come “danza dell’impulso straordinario”, quella che a mio avviso usa la fluidità e le contrazioni del corpo per diventare allegoria della vita. Uso l’aggettivo “straordinario” perchè attraverso l’arte l’impulso del corpo si nobilita e perde quel meccanicismo che vede la realtà governata unicamente da leggi fisiche e materiali. Straordinario, anche perchè l’atteggiamento antidogmatico e anticonformista che anche si addice allo stile gotico diventa garante di un’ atmosfera trascendente dal sapore lunare, di un’energia positiva che ne riscatta il significato e, proprio quest’aurea diversa si fa portavoce di un fascino senza tempo nonstante la musica sia intrisa di contemporaneità, della diretta conseguenza dell’urbanesimo, della metropoli, della fabbrica e dell’industria.

Così la musica prodotta da gruppi dall’impronta dark come Centhron, And One, FCFG820 e altri ancora, sono interpretati alla luce della danza Tribal Fusion da Silviah. Così l’estremo, il carattere “cattivo” del gotico, trova equilibrio grazie alla tecnica coreutica e alla precisione dei movimenti. Così le estremità del corpo, (le dita, le mani e le braccia), eseguono lavori tecnici certosini al fine di ottenere effetti scenografici ameni. Così il cuore ritorna ad essere il centro propulsore del corpo, quell’elemento che durante la danza le mani tornano a evidenziare per ricordare la potenza del suo battito e il controllo della sua energia emozionale e fisiologica. Così irrompe il balance dei fianchi tipico della bellydance, accompagnato dallo spostamento a blocco delle diverse parti del corpo, in modo da ridare ordine visivo e interpretativo al pathos musicale.

Il primo seminario, quello di sabato 25 febbraio, era intitolato EBMElectro Bellydance Mood. Interessante notare la spontanea analogia con la stessa sigla (EBM) in riferimento all’ Electronic Body Music, che combina elementi di musica industrial e di punk elettronico e si presta particolarmente alla danza rientrando appunto nella famiglia della musica elettronica pur essendo più aggressiva e “oscura” rispetto ad altri generi dello stesso gruppo. L’aspetto musicale rappresenta dunque una nota distintiva nello stile gothic e va di conseguenza indagato e approfondito. Durante il secondo seminario del 26 febbraio dal titolo Be slow, be powerful, Il fascino potente della lentezza, Silviah si è concentrata nel trasmettere attraverso alcune tecniche la valorizzazione dei movimenti lenti, trattenuti, slow motion con picchi di intensità grandi e piccoli; tutto questo attraverso una studiata oscillazione degli arti superiori e alla coordinazione con il busto, attraverso attenti cambi di peso da una gamba all’altra e grazie all’ uso controllato dei dorsali che determinano l’apertura del torace.

In entrambe le giornate l’insegnante ha dedicato spazio alla coreografia, nel primo caso utilizzando una musica tipicamente dark industrial, nel secondo usando una musica da carillon, per mettere a frutto la tecnica appresa durante la lezione. Il corpo, avvolto e sconvolto da ritmi sincopati ascendenti o dal sapore piacevolmente insistente, diventava così figlio della musica scelta, avviava grazie alla coreografia quel processo di ricerca impostato sul collegamento, allacciamento, attacco, connessione, contatto, legame: sei termini per indicare il medesimo elemento fondamentale.

Ed ecco che, riallacciandomi al titolo dell’articolo, l’impulso corporeo ordinario della danza tribal fusion, nello stile gothic diventa impulso straordinario, circondato da quest’atmosfera che lo rende magico, quasi apotropaico e dotato di forte intensità.

Beatrice Secchi

 

 

Alla scoperta delle Ghawazee

A seguito di un seminario sulla danza delle cosiddette Ghawazee presso Laura Cernigliaro a Brescia, ho voluto affrontare una ricerca sistematica per individuare i tratti salienti di quelle che sembrano essere alcune delle radici più profonde della tradizione della danza del ventre;ma non solo. Pare infatti che i loro costumi e il loro stile abbiano influenzato fortemente quelli dell’ American Tribal Style Belly Dance.
Ghawazee

Le Ghawazi,  chiamate anche Ghawazee, erano un gruppo itinerante di  danzatrici egiziane appartenenti alle genti Nawari, un sottogruppo dei Dom, spesso indicati come “gypsies”, zingari.

Il vestito tradizionale delle ghawazee consisteva in  una tunica ottomana con spacchi laterali che copriva interamente l’addome, chiamata Yelek o entari; sotto di essa venivano poi indossati i pantaloni alla turca. Avevano anche l’usanza di portare elaborati copricapi.

E’ interessante notare come i Dom, gruppo semi nomade indo-ariano, siano stati individuati, in studi recenti, come popolazioni tribali che si mossero dal subcontinente indiano verso il medioriente attorno al VI secolo e che si stanziarono nella zona della Persia e della Turchia; a differenza loro, i Rom  varcarono i confini europei.

Lo stile delle danzatrici ghawazee permise alla danza di preservarsi durante il XVIII e il XIX secolo e influenzò parte di quello che oggi è definito raqs sharqi, (la “danza orientale” nella sua forma più raffinata e sofisticata);

In arabo غوازي‎ ghawāzī, (singolare غازية ghāziya), significa “conquistatrice”, in quanto la danzatrice sostiene di conquistare i cuori del suo pubblico. Le Ghawazi sono anche conosciute come awālim (dall’arabo alema ovvero “donna istruita”, tradotto come almè in Francia). Il termine almè venne utilizzato dagli autori stranieri del XVIII e XIX sec. in riferimento alle ghawazee ; tale associazione fu errata perchè nella tradizione araba l’ almè era una donna colta di corte che veniva educata al canto, alla recitazione della poesia classica e all’ arte oratoria.

Le ghawazee vennero in questo modo confuse sempre di più con le almées usurpandone il prestigio e conquistando celebrità. A differenza delle prime, le almées appartenevano ad un rango sociale più elevato ed erano estranee ai bassifondi popolari, venivano introdotte regolarmente negli harem e quando si esibivano in luoghi pubblici portavano rigorosamente il velo.

A quel tempo non c’erano nightclubs o altri meccanismi d’intrattenimento simili, per cui le Ghawazee si esibivano pubblicamente nelle strade a viso scoperto, per conto dei ristoranti o dei caffè che potevano pagarle, ed erano poste sotto la protezione di uno sheikh e sottoposte alla sorveglianza di uno ouali, al quale pagavano una tassa che le autorizzava ad esercitare la loro professione nei crocevia e nelle piazze pubbliche. Il loro ruolo nella società era ambivalente, poichè da un lato si esprimevano nella danza e dall’altro si prostituivano sin dalla giovane età.

"The ghawazee", David Roberts Scottish (1796-1864)
Quando Napoleone Bonaparte invase l’Egitto nel 1798, le ghawazee furono ingaggiate dai soldati incrementando così i loro guadagni,ma rappresentando un problema a causa dell’affollamento delle stesse negli accampamenti militari. Dopo che il disagio venne segnalato,  Napoleone provvide ad informare le autorità egiziane che tagliarono la testa a circa quattrocento ghawazee.

Nonostante ciò, le ghawazee continuarono ad apparire pubblicamente e, dopo la partenza dell’armata d’Oriente, trovarono un’altra fonte di guadagno in altri soldati: quelli del pascià.

A livello morale la questione stava diventando molto compromettente, anche perchè metteva in cattiva luce donne di fede musulmana, che per guadagnare soldi si concedevano a cristiani europei: nel 1834 Muhammad Ali, il pascià d’Egitto che governò dal 1805 al 1849, decise di fermare la sfrenata licenziosità delle ghawazee, nonostante le loro corporazioni rappresentassero un introito finanziario per il paese. Vietò dunque la frequentazione del Cairo e dei suoi dintorni alle stesse, pena le bastonate e, in caso di recidiva, l’esilio e i lavori forzati ad Esna. L’unica alternativa per loro era sposarsi con qualche uomo rispettabile, o raggiungere volontariamente qualche città dell’Alto Egitto.

Ecco che le Ghawazi divennero, successivamente, insieme con il tempio consacrato a Kneph recentemente disinsabbiato, la principale attrattiva dell’Alto Egitto. Risalendo o discendendo il Nilo, le chiatte battenti bandiera inglese, francese o americana vi facevano scalo, poiché i turisti desideravano vedere le “Almées” e le loro danze.

Flaubert nel suo viaggio in Egitto incontrò una ghaziya,  Kutchiuk Hanemdi, cui parlò lungamente nelle sue “Correspondences”, e dalla quale, fra l’altro, contrasse la sifilide che lo portò alla tomba.

Curiosa la storia di queste donne, le cui descrizioni e raffigurazioni sono in auge nell’ambito dell’Orientalismo europeo della prima metà dell’ottocento, e il cui stile viene concepito dagli anni sessanta dell’ottocento come “danse de ventre “. Le ghawazee eseguivano le loro danze appunto lungo le strade o nei cortili delle case accompagnate dai musicisti delle loro tribù; l’impronta determinante del loro stile era data da rapidi movimenti dei fianchi e dall’uso di nacchere in ottone, meglio conosciute come cimbali. Spesso utilizzavano il kohl, (la tipica matita nera d’uso tradizionale mediorientale) attorno agli occhi, e l’henna su dita, palmi e piedi.

Edward William Lane, (1801 – 1876), orientalista, arabista, traduttore e lessicografo britannico, nel 1836, al ritorno dal suo viaggio, pubblicò Manners and Customs of the Modern Egyptians e, nei suoi studi scrisse che queste donne erano “the most abandoned of the courtesans of Egypt“. Secondo la sua testimonianza le ghawazee erano donne incantevoli e riccamente vestite; per descrivere i movimenti delle loro danze scrisse: “little of elegance, its chief peculiarity being a very rapid vibrating motion of the hips, from side to side.”

Non furono mai ammesse in harem rispettabili e partecipavano  come intrattenitrici a feste di uomini libertini venendo apprezzate da entrambi i sessi; ad ogni modo molte persone, appartenenti ad alto rango come religiosi  o nobili, disapprovavano la loro attività. Molti altri ne ammiravano l’interpretazione legata alla danza ma giudicavano eccessiva la loro maniera di esporsi. Proprio per questo, dopo il loro esilio, un gruppo ristretto di ballerini egiziani musulmani chiamati Khawals, ne impersonò la figura e la danza conservando ogni aspetto femminile delle ghawazee incluso l’uso dei cimbali.

I Khawals erano i danzatori maschi banditi nel 1837 da Istambul ad opera del Sultano Mahmud e fuggiti successivamente verso il Cairo; il vuoto lasciato dall’esilio delle ghawazee venne dunque presto colmato da essi e spesso accadeva che gli europei fossero convinti di veder danzare donne, nonostante in realtà si trattasse di uomini.

Oggi, come baluardo della tradizione ghawazee è rimasta la famiglia Banat Mazin, composta da nomadi  nawari stanziatisi a Luxor. E’ possibile osservare lo stile delle sorelle Mazin nel filmato estrapolato dal lungometraggio The second Wife [az-zawgit at-tania], del 1967: Banat Mazin ghawazee.

Banat Mazin Show, Ghawazee; (Luxor, 1975);

La prova del fatto che la tradizione non muoia mai e sopravviva anche attraverso le evoluzioni della cultura urbana contemporanea è data in questo caso dalla ripresa dello stile e degli apparati decorativi che usavano le danzatrici ghawazee da parte dell’ American Tribal Style Belly Dance, da cui a sua volta nasce la danza Tribal Fusion. Questa corrente riprende anche alcuni aspetti decorativi della ballerina, come l’usanza di portare elaborati copricapi.

Gruppo di danzatrici contemporanee che riprende lo stile ghawazee

 Beatrice Secchi