Americanaexotica approda al Centro Universitario Sportivo di Dalmine (Bg)!

La neonata associazione “Americanaexotica” da quest’anno promuove il corso di Dancehall anche al CUS di Dalmine (Centro Universitario Sportivo) con sede in Via Verdi 56!

Il corso si svolgerà tutti i mercoledì dalle h 20.00 alle 21.00, l’ideale per chi abbia voglia di sfogarsi dopo una lunga giornata passata sui libri o dopo una giornata lavorativa stressante!! Divertimento, Armonia  e Passione sono solo alcune delle parole chiave che caratterizzeranno le nostre lezioni…Vi aspettiamo numerosi/e!

http://wwwdata.unibg.it/dati/bacheca/646/58516.pdf

Da Samia Gamal a Kesia Elwin: la danza dell’ombelico nel cinema degli ultimi sessant’anni

Da Samia Gamal a Kesia Elwin, la danza mediorientale è stata oggetto di attenzione da parte della cinematografia occidentale.

Un momento decisivo per l’espansione della danza del ventre in America fu nel 1893 quando venne presentata nel Midway Plaisance, all’Esposizione Mondiale di Chicago: un grande scandalo seguito da un successo incredibile. Gli spettatori si presentavano a ondate per assistere agli spettacoli, e la danzatrice più famosa, Fatima, meglio conosciuta come “Little Egypt”, diventò una leggenda. La danza si diffuse con il nome di “Hootchy – Kootchy”. In questo periodo la danza del ventre non fu esattamente riconosciuta come “arte”; la stessa “Little Egypt” dovette protestare per come fu usato il suo nome in alcuni spettacoli che affermavano di essere ispirati alla sua danza, ma erano in realtà più erotci e volti al recupero di una clientela prettamente maschile. La danza del ventre ebbe comunque una funzione liberatoria e terapeutica importante per la società occidentale, in un momento di transizione delicato, mentre usciva dalla puritana epoca vittoriana. Il corpo era in rivoluzione e la danza fu uno strumento di liberazione: le donne chiedevano il diritto al voto e, con il gusto sensuale della danza del ventre, reclamavano i loro corpi a una più naturale e fluida presenza.

E’ l’inizio dell’emancipazione femminile in una società permeata da rigidità. Come risultato, l’ansietà che provocò una danza così esuberante produsse un modello femminile contraddittorio:la donna fatale. Lei era la tentatrice, la vipera sensuale e pericolosa incarnata nel personaggio teatrale di Salomè, che ha nutrito molte distorsioni sulle intenzioni della danza del ventre esulle origini della danza del velo.

Ci penserà Salomè, (1953), sfarzosa produzione biblico-hollywoodiana della Columbia Pictures con regia di William Dieterle, a capovolgere il tradizionale ritratto perverso e incestuoso della giovane principessa, attribuendole un’immagine solare e positiva: Salomè danza per compiacere Erode, ma il suo scopo è quello di salvare il Battista e non di farlo decapitare; e, alla fine, dopo la fuga dal palazzo accompagnata da Claudio, la ritroviamo in abiti dimessi, a seguire con devozione le parole del Signore. La pellicola non si basa dunque sull’audace dramma fin de siècle di Oscar Wilde, bensì su un trattamento di Harry Kleiner e Jesse Lasky Jr. liberamente ispirato alla vicenda biblica.

L’interprete di Salomè è l’elegante Rita Hayworth, che esegue la danza dei sette veli al cospetto di Erode. La carenza di movimenti oscillatori nei fianchi da parte dell’attrice è sicuramente colmata dalla sua presenza scenica che emana luce ed emoziona lo spettatore.

Un’altra protagonista dei film hollywoodiani degli anni Quaranta, la famosa danzatrice egiziana Zaynab Ibrahim Mahfuz, in arte Samia Gamal (1924 – 1994), cominciò a danzare con un velo per migliorare il suo portamento in scena. Questa idea le era stata suggerita dalla sua maestra russa, la Ballerina Ivanova, che a sua volta sia era ispirata alle danze dell’Azerbaijan, nel Caucaso.

La leggendaria danzatrice venne indirizzata sin da giovane allo studio della danza classica e contemporanea, lavorando al Cairo e stringendo amicizia con un’altra star della danza mediorientale: Taheyya Karioka. Quando, nel 1949, venne proclamata danzatrice nazionale dal re d’Egitto Farouk, anche gli Stati Uniti d’America si interessarono al suo personaggio. Il cinema americano la accolse con furore quando si ritrovò a collaborare con attori quali Fernandel o Robert Taylor. L’artista, alla sua morte, lasciò in eredità ben più di ottanta film di produzione egiziana e straniera nei quali ricoprì il ruolo di protagonista.

In Ali Baba et les quarante voleurs, (1954), di Jacques Becker, la Gamal lavora con Fernandel, che interpreta Alì Baba; per donare maggiore realismo alla pellicola, il regista sfrutta gli scenari del Marocco meridionale per gli esterni.

Tahia Carioca esordì con la sua danza nel film egiziano The Shore of Love (1950), diretto da Barakat, mentre nel film Hamido (1953), interpretò il ruolo di una spacciatrice di droga che insieme alla zia gestiva un locale malfamato ad Alessandria d’Egitto; il secondo video è particolarmente interessante perchè è un raro filmato che ci permette di assistere alla grande maestria di Tahia nell’uso dei cimbali.

Nelle Legioni di Cleopatra (1959), uno dei quindici film europei restaurati per volere del progetto sostenuto dalla Comunione Europea, la direzione di Vittorio Cottafavi individua Linda Cristal nel ruolo di Cleopatra/Berenice. L’attrice argentina classe 1934 e vincitrice di due Golden Globe, è sì protagonista della scena, ma non grazie al dinamismo della Gamal e della Carioca, bensì ai suoi giochi di sguardi profondi e alle pose armoniose, intervallate da una “camminata” che ricorda più sfilate di moda che danze.

L’ impiego di scene di danza mediorientale nei  kolossal degli anni Cinquanta prosegue grazie all’impagabile interpretazione di Gina Lollobrigida in Solomon and Sheba (1959), produzione americana diretta da King Vidor; sguardo ammaliatore e gestualità diventano i mezzi per trasformare la danza in un linguaggio del corpo che esula dagli orientalismi e si concentra su movimenti secchi e ritmici delle braccia. La bellezza dell’attrice sposta l’attenzione dal contorno di danzatori a lei e a lei soltanto.

Col passare del tempo il cinema ha subito variazioni e modifiche, (come l’introduzione delle innovazioni tecnologiche per esempio), ma la danza del ventre ha conservato il suo sapore di arcana meraviglia che tanto ha affascinato l’Occidente.

Cous Cous, una pellicola del franco-tunisino Abdellatife Kechiche uscita nel 2007, ha segnato il successo della giovane attrice Hafsia Herzi e della scena in cui si esibisce in una danza del ventre incalzante e intensa che intrattiene gli ospiti per un tempo indefinito, dilatato perché denso di emozioni, all’interno del barcone adibito a ristorante dove il cous cous tardava ad essere servito a tavola. La sua interpretazione le ha permesso di vincere il premio Marcello Mastroianni a Venezia per la migliore giovane rivelazione.

“È stata dura. Per il mio primo film sono stata obbligata a ingrassare 15 chili. L’ho fatto perché avevo davanti un regista che credeva in me al 100%”.

La stessa attrice, Hafsia Herzi, nonostante non sia una danzatrice professionista, è stata nuovamente ingaggiata in un film dove danza e canto giocano un ruolo fondamentale: si tratta di La source des femmes (2011), diretto da Radu Mihaileanu, di produzione belga-italo-francese.

Nel 2007 Kesia Elwin interpreta il ruolo di Tamu in Last Minute Marocco, un film italiano diretto da Francesco Falaschi. La danzatrice-attrice residente in Italia e nativa di Puerto Rico, ha studiato danza del ventre con i migliori insegnanti egiziani contemporanei, Flamenco e danza indiana, aggiudicandosi nel 2004 un posto nella tournèe del famoso gruppo di danzatrici di Miles Copeland: le Bellydance Superstars.

Nel film Sergio (Valerio Mastandrea) rimane affascinato dalla bellezza di Tamu (Kesia Elwin) e rapito dalla naturale sensualità della sua danza.

La danza dell’ombelico, nel cinema, non sarà interessata dal fenomeno della moda: l’orientalismo ha radici lontane nel tempo e ben radicate. Piuttosto aiuterà a revocare un affascinante alveo di immagini e sensazioni da mille e una notte nella mente dello spettatore. Che siano attrici egiziane, algerine, marocchine, americane o europee, le interpreti della danza mediorientale immortalate dalla videocamera ci hanno trasmesso e ci continueranno a trasmettere emozioni impagabili.

Beatrice Secchi

Antropoforme

Antropoforme – La forma funzionale all’uomo

Antropoforme è un progetto artistico nato tra la fine del 2009 e l’inizio 2010 da un trio di studentesse bergamasche dell’Accademia di Brera di Milano.

Da sx: Silvia Malafronte, Silvia Maietta, Chiara Moioli

Silvia Maietta, Chiara Moioli e Silvia Malafronte, approdate a Brera circa tre anni fa dopo un percorso quinquennale presso il Liceo Artistico Statale di Bergamo, sono toccate dalla medesima impressione circa l’ambiente accademico quando constatano l’assenza di modalità relazionali tra gli studenti; “Quelli di scenografia stanno con gli studenti di scenografia, per esempio – osserva Chiara – non c’è modo di interagire durante i lavori che vengono effettuati. Non c’è scambio tra le arti e non c’è ossigenazione.”
Le ragazze si rendono presto conto che questa situazione di indifferenza e di astensione dal confronto interessa anche altri ambienti e genera delle conseguenze nel rapporto con le immagini, decretando un vincolo di stretto individualismo a cui, come se non bastasse, si aggiunge il problema dell’ enorme quantità di icone che sconcerta l’individuo ogni giorno.

Si pongono dunque l’obiettivo di ripensare la relazione tra persona e immagine, al fine di creare un legame nuovo tra i due che preveda l’interazione con una forma semplice, una lettura diversa che focalizzi l’attenzione sul punto, sulla linea e sulla superficie. Elaborano dunque un percorso di ricerca sulla forma che intendono proporre alle persone caratterizzato dalla sintesi, un percorso in continua evoluzione, il cui itinerario è scandito dalla costante della struttura delle cose, dalla pura composizione dell’oggetto.
Il risultato è arrivato con fogli A4 sul cui fronte le giovani stampano delle “forme” in bianco e nero, ai quali si aggiunge del materiale esplicativo per le persone che si trovano a dover “completare” con il proprio estro le suddette forme sul foglio durante il percorso espositivo. Le artiste non sono necessariamente presenti durante l’installazione, Silvia Malafronte afferma: “Desideriamo si accenda una lampadina nella testa della gente. L’installazione è una specie di invito che varia a seconda dei luoghi, dove noi creiamo delle strutture di supporto. Tutto il materiale di Antropoforme è di recupero, tranne le stampe stesse.” Chiara aggiunge: “Dal nulla, senza bisogno di spendere soldi, creiamo le cose”.

A questo punto provano a riassumere quelli che chiamano Steps, ovvero i punti nodali che hanno plasmato le installazioni nel corso della loro ricerca dalla nascita di Antropoforme. Silvia Maietta sottolinea: “La nostra ricerca è in continuo divenire e va a toccare punti differenti”.

“Per il 1°Step di Antropoforme – spiega Silvia Malafronte – abbiamo pensato ad una relazione con la forma di tipo grafico, su semplici fogli A4”. Questo primo esperimento ha inizio il 1° Giugno 2010 all’interno dell’Accademia di Brera di Milano tra gli studenti: le artiste rimangono colpite dal fatto che i fogli completati abbiano riportato risultati figurativi, tali da innescare in loro la curiosità di ripetere un nuovo step in un contesto differente. La conseguenza più spontanea di questa prima esperienza è la creazione di un libretto contenente i fogli A4 a cui gli studenti si erano approcciati e la creazione di un video. Quando chiedo loro se si sentano soddisfatte nel vedere i risultati dell’approccio alle forme che propongono, mi rispondono che è più curiosità quella che viene generata, stimolo alla ricerca per trovare nuovi imput, poiché da ogni step capiscono qualcosa di nuovo. Per motivare il loro sostegno all’essenziale Chiara ricorda, scherzando, le parole della nonna: “Dai diamanti non nasce niente”.

supporto esplicativo del 1°step

Considerando i risultati figurativi del 1°Step, le artiste pensano questa volta di privare le persone della penna lasciando loro solo due strumenti: le mani e la mente. L’ambiente che fa eco a questo secondo approccio è totalmente differente rispetto a quello precedente: si tratta della “Fiera d’Arte Contemporanea di Cremona 2011”, dove hanno esposto in qualità di studenti dell’Accademia di Brera di Milano. La sola aperta e cordiale richiesta viene stampata in forma minuta, come scelta ecocompatibile, sul loro fantastico biglietto da visita: “Vuoi portare Antropoforme nella tua città?”. Così le ragazze presentano sempre fogli A4, ma questa volta con una stampa fronte e retro di maggiori dimensioni; la struttura, sempre di recupero, è una sorta di paravento al quale si affiancano quelle che Silvia Malafronte chiama, non senza una punta d’ironia, “stampelle”. In realtà sono parallelepipedi di ferro battuto recuperati da un professore e dipinti, adibiti a struttura portante di una tela cucita con filo di nylon a rappresentare contenitori nei quali i fogli sarebbero stati posti. Silvia ricorda, mentre sorride divertita: “Sembravamo pescatori mentre cucivamo la tela”. Il senso del paravento invece, chiamato scherzosamente “cabina elettorale”, era quello di avere un po’ di privacy durante l’approccio al foglio. Ogni volta che le ragazze hanno svuotato il contenitore delle creazioni con i fogli piegati e manipolati dalla gente, hanno trovato qualcosa di interessante. Chiara sostiene: “La cosa sorprendente è stata che in tre giorni si fossero consumati 400 fogli”. Ma alle sorprese del 2°Step si accompagnano le riflessioni, segno imprescindibile della loro ricerca: si accorgono che le persone desiderano conoscere tutto il percorso del materiale dove essi intervengono e avere piena consapevolezza della sua destinazione. Così decidono di curare maggiormente questo aspetto del progetto negli steps successivi, dichiarando che tutt’ora questo rappresenta uno degli obiettivi principali; come sottolinea Silvia Maietta : “Sarà uno dei prossimi obiettivi di Antropoforme dare ancora più spazio e autonomia alla persona, che ha una parte attiva nel progetto.

particolare della struttura del 2°step

Il 3°Step ha preso corpo con il progetto “Antropoforme identità cromatiche”, quella che le artiste chiamano “la parentesi colorata di Antropoforme”, con sede nuovamente in Brera, tra la fine di Dicembre 2011 e l’inizio di Febbraio 2012. Introducendo i colori hanno svolto veri e propri laboratori in classe, durante i quali permane il concetto base dell’ideologia antropoformiana: l’interazione delle persone tra loro stesse e le forme. L’obiettivo è quello di creare accordi cromatici utilizzando i colori più consoni alla propria personalità, riprendendo un esperimento che Itten rivolse ai suoi studenti nel lontano 1928, a seguito del quale evidenziò un’analogia tra le persone e i colori scelti da queste. Per rompere il ghiaccio con i coetanei in classe, le ragazze ripropongono l’esperimento in chiave contemporanea, superando le osservazioni del teorico del colore svizzero e riallacciandosi alle tematiche di Antropoforme. Dopo aver lasciato che ogni studente realizzi la propria griglia cromatica, svolgono altri due laboratori durante i quali gli studenti possono percepire sé stessi e gli altri attraverso l’accostamento cromatico-fisiognomico. Nel corso del secondo laboratorio il lavoro di squadra va a toccare corde più profonde, sempre giocando sul riconoscimento di appartenenza delle griglie cromatiche attraverso il confronto visivo tra foto dell’individuo e colori scelti. Le affinità cromatiche possono “sostituire” quelle affettive, gettando luce sulle dinamiche inconsce e psicologiche che agiscono sull’individuo e sui rapporti intessuti con gli altri.
Le artiste, avendo riscontrato una mancanza di collaborazione generale da parte degli studenti, osservano: “Questa volta abbiamo voluto provare ad essere presenti, riscontrando una resistenza iniziale che una volta entrati in gioco è scemata.”

Laboratorio del 3°step

Nel tentativo di coniugare gli esperimenti passati, ecco che subentra l’installazione all’interno della Biblioteca Comunale di Mozzo, in provincia di Bergamo: il 4° Step. Qui le ragazze rivolgono l’attenzione all’autonomia del visitatore, al rapporto osmotico che dovrebbe sussistere tra lo stesso, lo spazio e gli oggetti antropoforme. Grazie alle esperienze effettuate capiscono che il rapporto con lo spazio dev’essere “camaleontico”, di adattamento. Così propongono la creazione di un libro attraverso l’intervento attivo del visitatore, prodotto finito nel quale è protagonista. I fogli, che questa volta fungono da pagine, riprendono le forme geometriche delle mensole presenti all’interno della biblioteca ed esibiscono del velcro sui bordi al fine di poterli comporre a piacere nel libro. “Noi abbiamo semplicemente creato le condizioni – sottolinea Silvia Malafronte – ma questa volta le persone vengono totalmente coinvolte nel fine”. I tipi di segni che fanno trovare sul foglio sono sempre fatti a computer, geometrici, grafici, ma comunque sempre asettici, caratterizzati da una semplicità di base.

Il 4°Step è ancora in corso, e rimarrà in biblioteca fino a settembre.

Antropoforme presso la Biblioteca Comunale di Mozzo (Bg)

Quando domando alle ragazze se Antropoforme possa essere definito “curativo”, rispondono che le reazioni delle persone sono imprevedibili e differenti: alcuni possono sostenere perfino che sia una necessità giornaliera, come un gallerista incontrato dalle artiste a Cremona, altri possono sentirsi presi in giro, provocati. Ogni reazione rispecchia il carattere dell’individuo e non è assolutamente prevista.

Il sogno di Antropoforme è quello di renderlo agli occhi di tutti un progetto funzionale, utile. Dietro a questo sogno ci sono tre ragazze eclettiche e piene di vita, a volte “eccessivamente autoironiche”, come afferma scherzando Silvia Malafronte. Ognuna di loro conosce l’altra e dà al progetto un apporto fondamentale: Chiara è precisa, Silvia Maietta è una brava comunicatrice, mentre Silvia Malafronte è progettuale. La loro armonia è genuina e affonda le radici in un’esigenza comune sorta contemporaneamente nel 2010, quando nel mese di giugno, sedute al Bar Brera, è nato il nome che intitola il loro progetto: Antropoforme.
A questo punto non ci resta che seguire con grande curiosità gli sviluppi dei prossimi steps, la cui imprevedibile dinamica tanto ci affascina.

Beatrice Secchi

Le fate dei 4 elementi

Programma:

h 20.00/21.00 : “Le fate dell’ARIA & le fate dell’ACQUA”, stage di Danza del Ventre con Serezhana Pozdeeva;

– E’ necessario portare un velo per la corografia ARIA;

– Si consiglia di portare dei cimbali per la coreografia ACQUA;

h 21.00/22.00 : “Le fate della TERRA & le fate del FUOCO”, stage di Tribal Fusion con Beatrice Secchi;

Esploreremo la tecnica dell’ Hot Pot Style tipica delle UNMATA, gruppo di danzatrici americane fondato da Amy Sigil; poi ci concentreremo sull’uso delle braccia e sull’apertura del torso, al fine di ottenere movimenti fluidi e precisi durante la coreografia;

Dove:

A.S.D. “Il Canto della Terra”
Alzano Lombardo, Località Nese (Bg)
Via Ripa 64
www.ilcantodellaterra.org

Costi:

Costo per un’ora di stage: euro 8
Costo per due ore di stage: euro 16

nb. La quota verrà versata direttamente all’arrivo prima di iniziare lo stage;

SI PREGA DI CONFERMARE LA PRESENZA VIA E-MAIL : info@americanaexotica.it

Bolt – un totem per il 50°anniversario dell’Indipendenza giamaicana

6 Agosto 1962: la Giamaica ottiene ufficialmente l’indipendenza dal Regno Unito;

6 Agosto 2012: la Giamaica festeggia i cinquant’anni d’Indipendenza;

Sono previsti festeggiamenti da Kingston a Negril, da Ochos Rios a St. Elizabeth, ed Usain Bolt, paradossalmente, gioisce nel Regno Unito stesso seguito dal connazionale Yohan Blake, grazie all’oro e all’argento ottenuti nella finale dei 100 metri dell’Olimpiade londinese il 5 Agosto; le loro medaglie si aggiungono a quelle ottenute da Shelly-Ann Fraser-Price e Veronica Campbell-Brown.

Giamaica – Stadio Nazionale – Grand Gala 50°anniversario d’Indipendenza Giamaicana;
Usain Bolt

Bolt : “L’orgoglio di essere giamaicani è il nostro motore”

Un motore il cui funzionamento non è solo il risultato di DNA, talento e fibre muscolari eccellenti; è anche ardore, senso d’appartenza al lignaggio dell’amore per un popolo e per la sua terra.

Bolt è nato il 21 agosto 1986 nella parrocchia di Trelawny, in provincia di Falmouth, il cui porto fu il più importante dell’area fra la fine del 1700 e il 1800 e in cui  approdarono per prime le navi che portarono gli schiavi dall’Africa. All’inizio dell’ Ottocento a Trelawny si contavano più di 30.000 schiavi, i quali lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Proprio in quel fazzoletto di terra, nel 1832, William Knibb, che divenne ministro e responsabile dell Chiesa Battista di Falmouth, si battè per la libertà degli individui piantando il seme della rivolta. Divampò quella che fu chiamata la Baptist War: gli schiavi si ribellarono, poichè cominciò a circolare la voce di episodi di liberazione di alcuni schiavi, ma la novità venne nascosta dai loro padroni; Knibb fu imprigionato e spedito in esilio in Gran Bretagna; molti schiavi furono impiccati: ma sei anni dopo arrivò la liberazione. A poco a poco le piantagioni persero lavoratori e l’economia dell’area conobbe un tracollo. Gli ex-schiavi fondarono duque nuovi villaggi non lontano da Falmuth.

“Quella è la nostra origine. Siamo figli del dolore”

Usain è nato e cresciuto a Sherwood Content, uno dei villaggi costruiti dopo l’integrazione, in mezzo al verde. E’ qui che durante la sua infanzia giocava per la strada a football e a cricket con suo fratello Sadeeki.

“Quando ero giovane, non pensavo a nient’altro che allo sport”

Gli abitanti di Sherwood nel 2008, dopo i trionfi di Usain a Pechino, spedirono una lettera al Governo richiedendo fondi per riparare la strada degradata di collegamento con Falmuth, al fine di festeggiare nel modo adeguato il loro figlio veloce. Qualcuno aggiunse la richiesta di portare l’acqua corrente in alcune case che ne erano ancora prive. I miglioramenti, a livello urbano, furono possibili anche grazie ai fondi stanziati da Bolt, (oltre 3 milioni di dollari).

“Mai avuto dubbi”. “Nella mia testa non ho mai avuto alcun dubbio che sarebbe andata a finire così…”

Il 5 Agosto 2012 Usain Bolt ha catalizzato nuovamente l’attenzione sulla sua sorprendente capacità di domare lo spazio-tempo riconfermandosi l’uomo più veloce del mondo. Il tempo, 9″63, è il migliore dell’anno ed è anche record olimpico, ma non è inferiore al record del mondo,  (9″58), che lui stesso ha decretato nel 2009 ai Campionati Mondiali di Berlino, (http://www.youtube.com/watch?v=dzucAjqO73I). Nonostante alcuni centesimi di secondo persi ai blocchi di partenza, Bolt si concentra sulla vittoria;

In un Paese dove il reddito medio pro-capite è di circa 3.500 dollari all’anno, nemmeno dieci dollari al giorno, (meno di quello che un turista paga per un t-shirt di Bob Marley acquistata durante un tour al mausoleo che gli è stato dedicato, a Nine Mile), dove circa il 90% degli abitanti tra i 15 e i 24 anni è analfabeta, (secondo l’UNESCO), dove il tasso degli omicidi è altissimo, (tra bande che si spartiscono il mercato della droga o faide politiche nei ghetti di Kingston, Spanish Town e nelle zone più malfamate di Montego Bay), dove vige il più alto tasso di deforestazione, (il suo manto boschivo si riduce di oltre il 5% all’anno), dove, secondo la World Conservation Union, si è al decimo posto nel mondo per numero di anfibi e specie vegetali a rischio d’estinzione a causa del turismo e dell’estrazione della Bauxite in “miniere a cielo aperto”, una speranza è rappresentata dalle proprie gambe, dalla natura di una corsa vitale in un campo di atletica nell’erba brulla, sotto un sole perenne che scalda i cuori dei  “da tanti, un solo popolo”, il motto giamaicano per indicare il carattere multietnico del paese, che in realtà è composto per il 91% dalla popolazione discendente direttamente da antenati deportati dall’Africa.

Per Usain Bolt, come per tanti altri atleti giamaicani, la corsa non è solo speranza, ma è una missione, una rappresentanza, diventa l’allegoria della propria cultura, racchiusa nei colori della bandiera sventolata con onore alla fine della corsa mozzafiato.

“I will do anything for Jamaica, anything they ask. I love Jamaica and wouldn’t  live anywhere else”

Bolt è anche un eccelso ballerino, come tutti i suoi connazionali che cantano la vita attraverso la danza. Egli ha contribuito a rendere conosciuta in tutto il mondo la danza creata dal suo amico giamaicano ballerino Ice Man: il gully creepa. Eseguita da Bolt dopo la vittoria di Pechino non restò solo un tributo, ma divenne un modo per celebrare una comunione d’intenti. Purtroppo nel 2008 Ice è deceduto, ma la sua danza resterà per sempre nella storia.

Il gully creepa non è l’unica danza eseguita da Bolt come omaggio alla sua isola, un omaggio al mondo che si configura come un totem, un simbolo dove la comunità si riconosce; c’è anche il Nuh Linga, il cui creatore è Ovamars, giovane ballerino giamaicano, le cui parole sulla questione esprimono orgoglio e felicità: “It’s like somebody out there is doing my ting (dance)… di fastest man in di world is doing my dance. It’s so great mi caan forget that moment“;

Bolt esegue il Nuh Linga dopo la sua vittoria : http://www.youtube.com/watch?v=94_eyAZZdng&feature=related

Usain Bolt si configura come totem, in quanto la società giamaicana si riconosce e celebra sè stessa nelle sue vittorie e, a sua volta, Bolt utilizza paradossalmente degli elementi totemici, dei simboli in cui nuovamente la comunità e lui stesso si riconoscono: sto parlando delle danze, dal gully creepa al nuh linga, gesti apotropaici e celebrativi che contribuiscono a delineare un percorso circolare tra Bolt, il resto del mondo e la sua terra, agganciando la cultura all’uomo, come una seconda pelle non lo abbandonerà mai.

Beatrice Secchi

Workshop con April Rose a Roma

Roma – 14,15 Luglio – April Rose, invitata per un workshop intensivo di due giorni da Francesca Trezza, accoglie il gruppo di giovani danzatrici che la seguirà durante la lezione del pomeriggio. La sua personalità non si nasconde dietro ai tratti delicati del volto acqua e sapone e al sorriso angelico che offre come primo biglietto da visita alle sue allieve: i suoi lunghi capelli per la maggior parte rasta la accompagnano in ogni suo movimento, ondeggiando quasi come fossero fronde scosse dal vento e, il suo sguardo, trasmette quell’energia che la rende unica nel suo genere.

La sua lezione inizia con una breve storia delle origini dell’ American Tribal Style e dello stile a cui essa è approdata: tutto deriva da Jamila Salimpour che, negli anni ’50, catalogò i movimenti della danza mediorientale sviluppando un repertorio stilistico a contatto con ballerine egiziane, algerine, tunisine che allora danzavano negli Sati Uniti e iniziò a insegnare quello che sapeva esibendosi per tutta la California e la West Coast; successivamente Jamila fondò la compagnia di danzatrici Bal Anat, che includeva anche musicisti presentando una commistione di danze regionali del Medio Oriente e del Nord Africa. Negli anni ’70, una studente di Jamila, Masha Archer, iniziò a insegnare e a dirigere la sua compagnia San Francisco Classic Dance Company; nel suo lavoro fuse insieme diversi elementi come il classic Egyptian Cabaret e gli stili folcloristici ripresi dalla sua insegnante, sostenendo l’approccio americano alla danza mediorientale.

Una studente di Masha dal 1974, Carolena Nerriccio, codificò il primo stile di danza di cui registrò il marchio: American Tribal Style Belly Dance®. Questo stile è caratterizzato dall’esecuzione di gruppo, in particolare dall’improvvisazione; nel 1987, Carolina fondò inoltre la compagnia Fat Chance Bellydance. Le danzatrici che si ispirarono al suo lavoro attraverso l’ ATS® svilupparono diverse ramificazioni stilistiche, alcune delle quali ritenute conformi allo stile di partenza, altre lontane dalla forma originale. Proprio queste ultime sono racchiuse nell’ ITS, l’ Improvisational Tribal Style, nel quale la comunicazione non verbale si instaura tra gruppi che utilizzano uno specifico vocabolario di movimenti.

Amy Sigil delle Unmata, una delle insegnanti di April Rose, utilizza lo stile ITS per creare la fusione Hot Pot ITS (HPITS), una vera e propria libreria di movimenti che riprende alcuni elementi dell’American Tribal Style. April è stata abilitata ad insegnare questa disciplina da Amy Sigil presso lHot Pot Studiodi Sacramento e ha insegnato a sua volta a Los Angeles.

Durante la prima giornata di workshop, dopo il riscaldamento a terra, April ha illustrato i movimenti base dell’ ITS ripresi dall’Hot Pot di Amy Sigil, spiegando poi il loro significato come “richiami” all’interno di gruppi d’improvvisazione e facendoci sperimentare la rotazione all’interno del gruppo in modo che la figura guida, quella del leader, cambiasse ogni volta; il secondo giorno invece, oltre ad una interessante incursione di Indian Fusion, la danzatrice si è concentrata sull’utilizzo del corpo nello spazio attraverso elementi tecnici ripresi dalla danza del ventre ed utlizzati nello stile Tribal; gli elementi sono stati studiati all’interno di una bellissima coreografia che April ha spiegato durante la lezione in maniera chiara e magistrale. La lezione è terminata con esercizi di yoga a terra che hanno svolto in maniera profonda l’azione dello stretching.

Durante il nostro incontro ho dunque scoperto che April Rose non è solamente una bravissima danzatrice, ma è anche un insegnante estremamente raffinata e precisa, dotata di una forte capacità comunicativa e di una sponatenità esemplari.

Colgo l’occasione per ringraziare Francesca, per aver organizzato questa esperienza indimenticabile.

Tribal Fusion: postura e braccia

Osservando l’eleganza e la precisione di Rachel Brice possiamo giungere ad alcune conclusioni importanti per quanto riguarda la postura da adottare nella danza Tribal Fusion:

1) Il busto aperto, determinato dalla contrazione dei muscoli dorsali e dalla cassa toracica ben ampliata;

2) Il collo esteso in modo da ottenere una linea continua tra le vertebre cervicali e quelle dorsali; le spalle effettuano una leggera pressione verso il basso ;

3) Le vertebre lombari ben allineate e in linea con il dorso;

4) Braccia aperte (ma non a 180 gradi) e gomiti esterni, come se entrambe gli avambracci fossero “appoggiati su un tavolo”;

Nella fase in movimento, i polsi sono morbidi e ruotano dall’interno verso l’esterno accompagnando le dita che, raccogliendosi, quando il polso ruota all’interno, si ristendono nel momento in cui questo gira verso l’esterno. E’ ravvisabile che le dita centrali della mano arrivino a toccarsi con il pollice durante la rotazione del polso;

Il busto esegue spesso un movimento oscillatorio abbinato ad una torsione, lasciando il bacino centrale e fermo nonostante l’alternanza dei fianchi. In questo caso le braccia assecondano la direzione in cui si muove il busto attraverso la sequenza spalla – gomito – polso – dita, in cui le spalle eseguono una rotazione in avanti senza  “chiudersi”, rimanendo arretrate rispetto alle clavicole. Quando il busto si muove verso destra insieme al percorso di scomposizione fluida del braccio che si conclude con le dita, (wave), il braccio opposto, (o meglio la mano), si avvicina al busto, e viceversa quando ci si muove nella direzione opposta.

La difficoltà sta nell’associare la scomposizione degli elementi delle diverse parti. Questa scomposizione può essere trattata a volte secondo una maniera “fluida”, a volte secondo “blocchi”. Il fluire del movimento viene arrestato così dalla contrazione muscolare, che dev’essere chiaramente circoscritta solo alla parte che vogliamo “bloccare”. Quest’ultimo meccanismo ha una radice profondamente urbana: proviene dallo stile popping dell’ Hip Hop, ed è necessario per ottenere l’effetto descritto precedentemente.

Stages di danza Dancehall Sunfest 2012

L’idea di creare anche a Bergamo un polo legato al sostegno e alla diffusione della cultura giamaicana appartiene ormai da tempo all’associazione di Bergamoreggae. Il mio tentativo, dal 2009, è quello di inserire la danza Dancehall all’interno del Festival annuale Sunfest, utilizzando questo evento significativo come rampa di lancio per sostenere il binomio Musica – Danza così radicato all’interno della cultura dell’isola.

Come Schoy Stewart recentemente mi ha suggerito, la danza Dancehall non è soltanto una cosa che i giamaicani “fanno”, ma è uno stile di vita, una cultura, rappresenta il modo in cui essi parlano, si vestono, mangiano e vivono. Questo è ciò che dovrebbe spingere ogni persona che si accosta a questo stile ad esplorarne il background culturale, in modo da accorgersi che, antropologicamente parlando, la danza è la diretta conseguenza della società. I “passi sociali” non sono altro che il prodotto di una visione ludica e genuina della vita, da parte di persone che, dall’infanzia alla vita adulta, sono circondati da grandi spazi aperti dove la musica scandisce il tempo e la danza diventa interpretazione del quotidiano.

La danza Hop di Ferry, è stata inventata dalla crew Sample 6, ed è cantata da Elephant Man nel suo singolo “Crazy Hype”

“…Everybody inna di dance a do hop di ferry
Hop di ferry from your clothes nuh ordinary
Hop di ferry me nuh care if you inna Burberry
Hop di ferry Saddam inna different category
Run dem inna your territory…

http://www.youtube.com/watch?v=54YXE9Louxg ( Al minuto 1.45 viene chiamata la danza Hop di Ferry);
Al minuto 1.36 del video sottostante di Swaggi Maggi, che sarà ospite al Festival Sunfest il 22 luglio 2012, esegue la danza Hop di Ferry;

Questo è solo uno dei molteplici esempi di danze che affondano le loro radici nella quotidianità. Durante gli Stages di Danceheall del 20, 21, 22 Luglio 2012, presso il Parco della Trucca di Bergamo, potrete scoprirne di nuove e conoscere più da vicino la cultura della Dancehall.

 

 

Tribal Fusion, Dancehall, Hip Hop: la tradizione nella modernità

Leila

Anteprima dell’articolo che uscirà sul numero 9 di Art App dedicato alle tribù

www.artapp.it.

Nulla si crea, nulla si distrugge: alla scoperta del passato per conoscere il presente

Leila

Fusione, assimilazione, amalgama, mescolanza: sinonimi per designare quella particolare caratteristica che permette ad alcune danze tribali di fare ingresso nella società urbana e di mantenere sì la propria radice culturale, ma all’interno di un contesto contemporaneo.
Minacciate dalla privazione delle proprie tradizioni, conseguenza del fenomeno della globalizzazione, alcune società hanno trattato la danza esattamente come le altre componenti e attività della vita quotidiana soggette al cambiamento, ricercando nel “nuovo” un supporto per il proprio patrimonio coreutico, superando così il clichèt dell’isolamento culturale.
Sono così sopravvissute le antiche danze berbere e tribali dell’Africa Subsahariana nella danza Tribal Fusion, le antiche danze creole nella Dancehall e africane nell’ Hip Hop.
Sicuramente questo ingresso trionfale delle danze tribali nel mondo occidentale, nel repertorio metropolitano e globale, è stato determinato sia dal fenomeno dell’orientalismo, sia dal fascino esercitato dall’”esotico”, così come dall’ingresso della strumentazione multimediale nel panorama musicale.
Altro fattore necessario per la sopravvivenza delle danze tribali è stata l’integrazione culturale, il melting pot, che oggi caratterizza la maggior parte dei centri urbani nel mondo.
Ma cosa intendiamo per danze tribali? Sicuramente l’immaginario collettivo ci invita a considerarne l’aspetto prettamente antico e romantico, quale quello delle antiche tribù dell’Africa. E’ proprio a questa dimensione “selvaggia” e senza tempo a cui necessariamente dobbiamo associare il concetto di fusione. In etnologia il termine “Tribù” fa riferimento ai concetti di gruppo e di appartenenza, in cui le danze tribali sono praticate nei momenti più importanti della vita dell’uomo, come la nascita, l’ingresso nella vita adulta o nella comunità, il matrimonio, la morte, oppure la vita religiosa e spirituale.

Dalle antiche danze tribali alla Tribal Fusion Americana

Carolena Nericcio

La danza Tribal Fusion nasce negli Stati Uniti d’America negli anni ‘90 dall’American Tribal Style Belly Dance, (ATS), per quanto riguarda le movenze e i costumi, ma differisce da essa poiché fonde anche lo stile popping dell’ hip hop, il Flamenco, la danza africana, il kathak (una delle sette danze classiche indiane), la breakdance e la danza del ventre tradizionale. Inoltre viene integrata dallo yoga, disciplina indiana che vanta una tradizione millenaria.
La danzatrice che meglio rappresenta la Tribal Fusion è senza dubbio l’americana Rachel Brice, conosciuta in tutto il mondo per il suo straordinario talento e per la sua incredibile capacità di controllo muscolare, frutto di intensi studi di yoga e danze mediorientali; chi la vede danzare può paragonare il suo corpo ad un serpente, tanto la fluidità e la contrazione muscolare sono precisi e profondi.
Prodotto degli anni più recenti, la danza Tribal Fusion è oggi diffusa in tutto il mondo.
L’American Tribal Style, da cui deriva appunto la Tribal Fusion, è una particolare fusione ideata da Carolena Nericcio nel 1987 che, amalgamando passi e postura della danza orientale e stili popolari del Nord Africa con elementi mutuati dal flamenco e dalla danza indiana, porta le danzatrici ad un forte senso d’appartenenza al “gruppo”, eliminando così la presenza della solista e riportando la danza nell’alveo del concetto tribale, in quella comunione d’intenti che carica d’energia i movimenti.
La parola d’ordine è dunque fusione, al fine di far rivivere gli stili tribali all’interno di un contesto urbano e metropolitano; non è dunque un caso se entrambi questi stili, American Tribal Style e Tribal Fusion, siano nati negli States.
La fondatrice dello stile ATS, la Nericcio, fa un interessante parallelismo tra la sua personale esperienza e quella che ha portato alla nascita della danza orientale tra Nord Africa e Medio Oriente:
“Mi è successa più o meno la stessa cosa che accadde ai gitani quando lasciarono l’India diretti in Nord Africa: portavo con me il senso di quel che ero abituata a fare, ma poi sono stata influenzata da altre musiche e da altra gente. Così, ho seguito la mia intuizione e ho creato un’arte a partire dai fondamenti che la mia insegnante mi aveva dato, per poi abbellirli con le nuove idee che andavo sviluppando.”

Dalle danze tradizionali alla Dancehall: il sincretismo giamaicano

Danza

La danza Dancehall giamaicana contemporanea si sviluppa dall’inizio degli anni ’80 grazie al contributo di alcuni ballerini giamaicani inventori delle cosiddette moves, ovvero passi di danza battezzati con un nome giamaicano che corrispondono al titolo di una canzone o che vengono annunciati nel testo dal repper.
Questa danza ha radici profonde, in particolare trae le sue origini dai ceppi africano, europeo e creolo. Già possedimento spagnolo dal 1494 al 1655, noto con il nome di Santiago, la Giamaica è poi diventata dominio britannico; ottenne piena indipendenza dal Regno Unito solo il 6 agosto del 1962. Il suo sincretismo culturale è dunque il risultato di una storia di colonizzazione e di fusioni.
Come spazio culturale e luogo di aggregazione in cui si balla, le radici della dancehall sono da ricercare nell’epoca della schiavitù. Durante il periodo colonico infatti, gli schiavi africani svilupparono balli di coppia entrati poi a far parte del patrimonio culturale tradizionale giamaicano sulla base del ballo da sala europeo quadrille. L’emulazione di questa danza eseguita dai coloni determinò un impulso negli africani, che arricchirono dei propri ritmi l’accompagnamento musicale e dei propri passi di danza più morbidi e meno formali il repertorio coreutico europeo, arrivando a concepire la prima musica “moderna” popolare giamaicana: il mento.
Hedley Jones, ex presidente della Jamaica Federation of Musicians, (Federazione giamaicana dei musicisti), ha affermato che “la dancehall è sempre stata con noi, perchè abbiamo sempre avuto i nostri locali, le nostre piazze del mercato, i nostri baracconi…dove eseguivamo le nostre danze. E si chiamavano dancehall, sale da ballo.”
Quindi la dancehall non rappresenta l’epilogo delle radici musicali giamaicane, ma ne è la radice: negli anni ‘70, la sala da ballo con la band dal vivo ha ceduto il posto ai sound system, (discoteche mobili con potenti impianti di amplificazione). A loro volta i sound system sono stati il motore di molti dei successivi sviluppi della musica popolare giamaicana, anche della musica rap dei DJ.
In Giamaica gli eventi all’insegna della dancehall si svolgono prevalentemente in spazi aperti, in occasione dei quali si balla fino ad esaurire le forze, producendo performance intense e vibranti, le “dancehall session”.

…Dal Griot al B-Boy…

Griot

Se volessimo muoverci a ritroso nel tempo alla ricerca delle origini della danza Hip Hop dovremmo senza dubbio analizzare la figura del Griot.
Il ruolo del Griot all’interno del villaggio africano rimanda a quello dei cantastorie nelle corti medievali occidentali; egli è lo specialista della parola, grazie al quale questa diventa arte. La sua funzione è quella di custodire la storia e le tradizioni del suo popolo attraverso il racconto, all’interno del quale la parola viene supportata dalla musica e dalla danza. Solitamente si diventa Griot per discendenza diretta e le tradizioni sono trasmesse oralmente di generazione in generazione, attraverso precise tecniche mnemoniche tra cui i canti e i ritmi del tamburo.
Come la musica, in Africa anche la danza è collegata a particolari situazioni rituali o cerimoniali. Ad esempio sul ritmo Dununbà gli uomini ballano una danza possente, forte, vestiti di rosso in occasione del cerimoniale.
Ogni passo corrisponde ad un determinato ritmo e, ad ogni “chiamata” del tamburo, il passo di danza muta, sviluppando parallelamente il significato di cui si fa veicolo.
Nonostante il Griot mantenga ancora oggi un ruolo predominante all’interno di molte realtà rurali proprie dell’Africa e la sua cultura rappresenti nel mondo occidentale una fonte d’interesse a livello antropologico, questa figura ha un alter ego in chiave urbana e contemporanea: il B-Boy.


Ballerino di hip-hop e break-dance, il B-Boy ricorda le prove di iniziazione dei giovani chiamati a diventare adulti nei villaggi . Proprio il B-boyng, (dai più chiamato break-dance), è una delle quattro discipline in cui si articola l’hip hop, ovvero l’espressione più intraprendente e diffusa della comunità afroamericana negli ultimi trent’anni. Le altre tre sono: il Rap, il Turntablism (ovvero “manipolazione del giradischi”) e l’Aerosol art (“arte delle bombolette”).
La storia orale dell’hip hop indica Kool Dj Herc come inventore del termine B-boy per definire i ragazzi che piroettavano attorno alla sua postazione nel corso dei block party.
Sui break ottenuti dai dj passando da un giradischi all’altro per mandare in onda consecutivamente gli stacchi di batteria di uno stesso brano, si verifica alla fine degli anni ’60 un’evoluzione dei movimenti fino ad allora utilizzati per ballare il rhythm and blues, il jazz e il boogie. Ragazzi per lo più appartenenti alle gang di quartiere, i primi B-boy adattano al ballo movimenti di autodifesa appresi nelle palestre, nelle bande medesime o dai film di Bruce Lee. La capoeira brasiliana e il kung fu asiatico offrono così un consapevole contributo alle spettacolari evoluzioni dei ballerini di break dance, che all’inizio degli anni ’70 si sfidano in alcuni club di New York e Los Angeles. E’ il decennio decisivo per lo sviluppo del B-boyng, soggetto a continue innovazioni, di provenienza spesso contesa, fino al raggiungimento di una sorta di protocollo universalmente riconosciuto.

Beatrice Secchi