14 giugno 2013 : workshop di danze gipsy del Rajasthan a Bergamo

Flyer Claudia giugno

Americana Exotica a.s.d. è lieta di presentare un workshop dal sapore esotico interamente dedicato alle danze gipsy del Rajastan (India) con l’esperta danzatrice Claudia Myam Cassotti.

COSA SONO LE DANZE GIPSY DEL RAJASTHAN?

Le danze gipsy del Rajasthan sono l’espressione spontanea dell’animo delle popolazioni nomadi che abitano questa affascinante zona dell’India.
Sinuose e trascinanti, queste danze celebrano con la loro pulsante vitalità la bellezza e la gioia di vivere; secondo alcuni studiosi sono considerate alle radici di alcune danze arabe, dei Rom, dei Balcani e del Flamenco. Infatti è proprio dal deserto dei Thar nel Rajasthan che, più di 500 anni fa, è partita la migrazione indo-europea dei gitani che ha influenzato la cultura, le tradizioni e le danze dell’Europa e del nord Africa. In Rajasthan le danze gipsy rappresentano una fonte d’ attrazione per i turisti grazie al fascino trasmesso e all’alto contenuto spettacolare.
Una delle danze più note e sensuali, che sarà spiegata durante l ‘workshop, è la Kalbelia: originaria della comunità degli incantatori di serpenti, essa presenta movimenti energici e allo stesso tempo sensuali che allenano e rinforzano il corpo in modo eccezionale grazie al legame con la terra e alla forza del fuoco. I movimenti assomigliano a quelli del serpente attraverso l’esecuzione di giri vorticosi, ondeggiamenti dei fianchi e un uso straordinario di braccia e mani. Le danzatrici sono vestite con ampi abiti neri riccamente decorati da campanelli e monili vari.

PROGRAMMA DEL WORKSHOP

Dopo una breve ’introduzione storica durante la quale verrà illustrato il significato della danza gipsy, verranno mostrate alcune scene tratte dal film-documentario “Latcho Drom”(regia di Tony Gatlif, 1993). A seguire l’apprendimento del ritmo e dei passi base, dei movimenti delle braccia e delle mani. Infine l’esecuzione di una sequenza coreografica per divertirsi a ballare insieme!

CHI E’ CALUDIA MYAM CASSOTTI?

http://www.americanaexotica.it/claudia-myam-cassotti/

COSA PORTARE

Sono consigliati abiti comodi che permettano il movimento: una gonna lunga e possibilmente colorata con pantacollant sotto o pantaloni indiani; capelli raccolti per permettere di fissare il velo (fornito allo stage); sono graditi anche cavigliere, bracciali (bangles indiani) e un foulard colorato.

DOVE

L’workshop avrà luogo presso l’Accademia di Capoeira di Bergamo in Via Serassi 6/B.

QUANDO

L’workshop si svolgerà venerdì 14 giugno dalle h 20.00 alle h 22.00;

PAGAMENTO

Il costo dell’intero workshop è di euro 20, da saldare solo ed esclusivamente tramite bonifico bancario.
Per richiedere i dati del bonifico scrivere a info@americanaexotica.it.

Globalizzazione alle radici della Dancehall

Out of ManyOne People

out of many one people

L’Oxford Dictionary definisce la globalizzazione come il processo attraverso il quale le organizzazioni di imprese o altre sviluppano un’ influenza a livello internazionale. La globalizzazione, tuttavia, ha anche implicazioni culturali: infatti la riduzione delle barriere al commercio e ai viaggi sono elementi caratteristici della globalizzazione economica che creano l’occasione per l’ incontro e la mescolanza di culture, dando origine alla denominazione di “globalizzazione culturale”, definita da Takis Fotopolous (filosofo ed economista greco) come l’omogeneizzazione della cultura.

Al contrario di quanto si possa immaginare, questa omogeneizzazione non è un fatto recente.

Secondo Noël Carroll (2007), lo scambio culturale tra Europa, Asia, Roma, India e tra imperi ellenistici sorti dopo Alessandro Magno, ha avuto inizio in tempi antichi. A metà del Seicento è avvenuta una forma di globalizzazione attraverso il commercio di schiavi tra l’Africa e Caraibi: la mescolanza di persone provenienti da diverse culture, come ad esempio spagnola e inglese, di schiavi africani e  immigrati indiani e asiatici, ha creato un ibrido di cultura nei Caraibi, specialmente in Giamaica.

Secondo Yvonne Daniel (2011), la cultura caraibica è caratterizzata da una collisione culturale costante, fondamentalmente globale.

A seguito di questa premessa sul fenomeno della globalizzazione tra culture, la Dancehall, un’espressione di danza emergente dalle comunità del centro di Kingston, in Giamaica, appare come il risultato di secoli di mescolanze tra diverse espressioni coreutiche prevalentemente africane, ma con influenze europee pure. Interessante è la matrice “globale” che ha determinato lo sviluppo di questa danza da culture importate, la stessa che permette alla Dancehall di essere esportata oggi dalla Giamaica.

Il termine Dancehall, nella sua accezione più ampia, si riferisce allo spazio fisico in cui si svolgono le danze ma anche alla musica suonata all’interno di tali spazi, alla moda e agli stili di danza che emergono dalla musica stessa. Tuttavia la maggior parte della ricerca accademica sulla dancehall si concentra sulla musica, sui testi e sullo stile di vita, mentre il materiale sulla danza è ancora relativamente scarso; questo probabilmente è dovuto al fatto che la danza è solitamente l’ultimo elemento ad essere visto, dopo aver ascoltato la musica, la lingua ed aver visto la moda. Per molti giamaicani, tuttavia, la danza e la musica sono inseparabili.

Nonostante l’emancipazione degli schiavi nel 1838 e l’indipendenza della Giamaica dalla Gran Bretagna nel 1962, una dicotomia culturale ha persistito nel paese: la società si è divisa tra quella che è stata percepita come “alta cultura” del gruppo bianco, e “bassa cultura”, prevalentemente nera. Questa divisione ha provocato una lotta per l’identità della Giamaica.

La Dancehall rappresenta la manifestazione più recente di quella che è ritenuta “bassa cultura” ed è storicamente negata. La sua lingua principale, patois, patwa o creolo, è una miscela di ritenzioni africane e inglese britannico che presenta alcune somiglianze con le sillabe cinesi. Invece di essere considerata una lingua a parte è ritenuto da alcuni una forma di inglese appartenente ad una classe inferiore. La cultura dancehall, attraverso la lingua patois, ha definito la nascita di un nuovo stato, verificatasi attraverso la fusione delle lingue che esistevano in Giamaica durante i tempi della schiavitù nell’Ottocento. Allo stesso modo, la danza dancehall è una miscela di linguaggi-danza modellati dalla globalizzazione.

Stanley-Niaah (2004) descrive la dancehall come la rappresentazione di uno spirito inquieto derivante da un contesto globalizzato. Si tratta, dice, della manifestazione di una cultura della performance creata da persone esposte a diverse culture entro i confini di un piccolo spazio dell’isola. La dancehall si distingue per un’energia unica nel suo genere e per la tensione con la classe dirigente.

Nonostante i giamaicani percepiscano la dancehall come un fatto puramente giamaicano, le danze sono il frutto dell’ incontro di forze provenienti da diversi punti del globo e affondano le radici nelle danze religiose africane, così come nelle danze di divertimento e di festa. Per esempio S. Stanley Niaah (2010) ripercorre alcuni passi storici della dancehall menzionando il limbo, riferito all’esperienza degli schiavi sulle navi durante l’epoca coloniale.

La studiosa afferma che il limbo emerse dalla necessità pratica di “sciogliere” il corpo dopo aver trascorso giorni in posizioni anguste nelle stive delle navi coloniali e che è stato praticato anche dopo il suo arrivo nelle piantagioni. E ‘caratterizzato da un piegamento del busto all’indietro e i ballerini più agili riuscivano quasi toccare il suolo. La posizione tipica del limbo è stata reintrodotta nella dancehall dall’ ormai defunto ballerino Bogle, che ha permesso a questa pratica di rimanere viva fino ad oggi.

Bruckins è una danza giamaicana folkloristica tradizionale generata dalla fusione di Junkanoo, danza popolare in maschera di origine africana nata ai tempi della schiavitù, e Pavana, danza di corte rinascimentale europea diffusasi sull’isola caraibica in tempi coloniali. I forti richiami ad elementi della danza africana occidentale includono la postura del bacino sporgente in avanti, le ginocchia piegate e il busto inclinato all’indietro. Mosse simili sono ravvisabili anche nella dancehall della fine degli anni Novanta.

Altre sono le danze di origine africana legate alla dancehall , per esempio quella religiosa chiamata Kumina,  praticata in alcune parti dell’isola come la parrocchia orientale di St. Thomas. La Kumina è una religione afro-giamaicana influenzata principalmente dalle popolazioni Bantu dalla zona Congo-Angola e fa riferimento sia alla religione che alla danza. Le danze Kumina includono il Bailo, utilizzato principalmente per scopi di intrattenimento e utilizzato durante le cerimonie religiose private.

Nel 1992 la danza “butterfly” regnava come top dancehall move: con le mani e le gambe divaricate, raffigura la forza di vita di una farfalla.Viene ballata sul plié (ginocchia flesse), tratto caratteristico dei movimenti della danza africana e della sua diaspora,  e con i piedi piatti, sostenendo lo spostamento dinamico dell’ anca, mentre il movimento fluido delle ginocchia verso l’esterno imita il battito d’ali della farfalla in volo.

Il butterfly non è solo una danza, ma anche una sorta di filosofia, caratterizzata  ethos di libertà, creatività, celebrazione,  lotta e bellezza. La dancehall incarna dunque il luogo fondamentale per l’articolazione dell’individuo all’interno della comunità e la comunità stessa.

Louise Simone Bennett-Coverley, poetessa giamaicana recentemente deceduta (1919 – 2006), ha cambiato la tradizione letteraria locale scrivendo in patois e ha definito un giamaicano non solo come una persona vissuta sin dalla nascita in un contesto culturale propriamente giamaicano,  ma anche come qualcuno che rivendica ogni giorno con orgoglio la propria tradizione.Anche partecipare al fenomeno dancehall rappresenta dunque una di quelle qualificazioni culturali dell’ identità giamaicana; infatti, nonostante la dancehall non sia in grado di riconoscere a pieno la sua dimensione storica, ammette la continuità della cultura all’interno della sua comunità.

La dancehall quindi, non è solo un genere di musica e danza giamaicana, ma è anche l”identità di un popolo. Ricky Trooper dancehall DJ esprime questa convinzione quando dice che la dancehall è una parte di lui, poichè è in essa che è nato e cresciuto.

Nonostante non tutti i giamaicani siano nati nei centri delle città, dove la dancehall si è formata, questa viene comunque considerata una parte imprescindibile dell’identità della gente, poichè oltre a portare avanti una tradizione di critica sociale verso la quale tutti sono coinvolti (in particolare i giovani) è invasiva e forte. Dal 1990 l’ influenza della dancehall  è stata infatti riconosciuta come pari a quella esercitata dalla chiesa, dai politici e dal sistema educativo.

Attraverso la dancehall, la cultura popolare ha costruito un senso di orgoglio nei confronti delle proprie origini, sebbene le apparenze fossero sfavorevoli.

A dimostrazione di come i giamaicani siano orgogliosi di mostrare la loro cultura, si propone l’episodio legato al centometrista Usain Bolt, il quale nel 2008, a seguito della vittoria sui 200mt riportata alle Olimpiadi di Pechino,ha eseguito durante il suo giro d’onore diverse dancehall moves .La più famosa è to di world, quella dove Bolt punta le braccia verso il cielo, appoggiandosi all’indietro, come fosse il lancio di una freccia. Dancehall non è semplicemente una moda culturale giamaicana, ma è destinata a raggiungere popolarità internazionale.

Tuttavia il primo lancio della dancehall nel mondo globale non avvenne con Bolt, ma con i tour di Buju Banton che,  dagli anni Novanta fino ad oggi, ha svolto numerosi concerti in Europa, Israele, Zimbabwe, Ghana, Kenya e Sud Africa (Stanley Niaah 2010). Nel 2006 il noto sound giapponese Mighty Crown ha celebrato il proprio 15°anniversario, ad indicare il raggiungimento di un grado di cultura dancehall in grado di supportare i propri club, sound systems, dancehall tunes e dance competitions in Giappone (Stanley Niaah 2010). Prima di allora, nel 2002, la ballerina giapponese Junko Kudo è diventata la prima international dancehall queen, aprendo le porte ad altri ballerini stranieri per competere nelle gare che si svolgono annualmente in Giamaica. Da allora il Giappone, la Finlandia, l’Austria, la Germania, e i diversi stati degli Stati Uniti hanno tenuto le loro Dancehall Queen Competitions. Questo ha rappresentato un forte accento in direzione della globalizzazione della dancehall.

Junko Kudo
Junko Kudo

Accanto alla crescente popolarità della dancehall tuttavia, rimangono non poche note di disapprovazione: ad esempio le risposte dei cittadini giamaicani di classe più agiata, oppure in generale tutti quelli che ritengono la dancehall un’espressione volgare e inappropriata della sessualità e della violenza. In molti altri paesi, anche caraibici, come le Barbados, alcuni artisti dancehall sono stati censurati a causa della violenza riscontrata nei testi delle loro canzoni, sessualmente espliciti e con contenuti omofobici. Tuttavia non vi è stato alcun tentativo effettivo di fermare i balli e gli eventi legati alla dancehall. Si sono presentati piuttosto episodi come quello legato allo spot Sunsilk del 2006, nel quale i media statunitensi hanno addirittura scherzato, in maniera molto velata e ambigua, sui pericoli connessi allo svolgimento della danza dutty wine; 

Carolyn Cooper, nel suo Noise in the Blood: Orality, Gender, and the “Vulgar” Body of Jamaican Popular Culture (1995) suggerisce che la denigrazione da parte di alcuni verso lo stile di danza derivi dalla volgarità di alcuni testi musicali ma soprattutto da una mancata comprensione della cultura e della lingua giamaicane. La Cooper prosegue sostenendo che gran parte del linguaggio deve essere interpretato nel contesto d’appartenenza.

Dancehall Daggering - una forma di ballo in Jamaica.
Dancehall Daggering – una forma di ballo in Jamaica.

La storia della Giamaica, con la sua convergenza di popoli provenienti da un diverso background culturale, ha creato una solida base per la nascita della dancehall (danza e musica). Questa stessa storia ha reso inoltre possibile la diffusione della dancehall oltre i confini della Giamaica, coinvolgendo ormai gran parte del mondo. Il fenomeno della globalizzazione è dunque insito in questa danza.

Bibliografia:

Canace Morgan, Dancehall Studies, Mount Holyoke College

Cooper, Carolyn. Noise in the Blood: Orality, Gender, and the “Vulgar” Body of Jamaican Popular Culture. 1st US ed. Durham, NC: Duke University Press, 1995.

Dodds, Sherril . Re-inventing the Past at Sunday Serenade: The Residual Cultures of a British Caribbean Dancehall Anthropological Notebooks 16 (2010): 23-38.

Cooper, Carolyn. At the Crossroads— Looking for Meaning in Jamaican Dancehall Culture (2006): 193-204.

Cooper, Carolyn. ”Lyrical Gun”: Metaphor and Role Play in Jamaican Dancehall Culture” The Massachusetts Review 35.3/4 (1994): 429-447.

Why the ban on dancehall artistes? National Weekly. 30 Feb. 2010. CN Weekly News. 01 May 2012 <http://www.cnweeklynews.com/commentary/editorial/2072-why-the-ban-on-dancehall-artistes>.

Stolzoff, Norman. Wake the Town and Tell the People: Dancehall Culture in Jamaica. London: Duke University, 2000.

Stanley Niaah, Sonjah. Dancehall: From Slave Ship to Ghetto. Ottowa: University of Ottowa Press, 2010.

Stanley Niaah, Sonjah. Kingston’s Dancehall: A Story of Space and Celebration, Space & Culture 7.1 (2004): 102-118.

Stanley Niaah, Sonjah . Dance, Divas, Queens, and Kings IN Making Caribbean Dance: Continuity and Creativity in Island Cultures. Florida: University Press of Florida, 2010.

Daniels, Yvonne. Caribbean and Atlantic diaspora dance : Igniting Citizenship . Illinois: University of Illinois Press, 2011.

 

 

Il caso delle “spose bambine” e la situazione dei matrimoni forzati in Italia

Il matrimonio forzato è quello in cui una o entrambe le persone coinvolte devono unirsi contro la propria volontà. Secondo l’articolo 16 della DichiarazioneUniversale dei Diritti Umani, è innanzitutto una violazione dei diritti umani.

Il citato articolo recita: “Il matrimonio potrà essere concluso solo con il libero e pieno consenso dei futuri sposi”.

Il concetto è stato ribadito in sede Onu anche dalla Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) e dalla Convenzione sul consenso al matrimonio, l’età minima per il matrimonio e la registrazione dei matrimoni (CCM) adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 7 novembre 1962. Quest’ultima al punto 1 stabilisce: “Non verrà contratto legalmente alcun matrimonio senza il pieno e libero consenso dei partners”.

Il matrimonio imposto, inoltre, difficilmente può essere considerato una forma isolata di violenza: ad esso si ricorre sempre in famiglie dove vi sono molte altre limitazioni della libertà femminile.

Tahani e Ghada, entrambe 8 anni, con i rispettivi mariti a Hajjah, Yemen (foto di Stephanie Sinclair)
Tahani e Ghada, entrambe 8 anni, con i rispettivi mariti a Hajjah, Yemen (foto di Stephanie Sinclair)

Nel 1963, a pochi mesi dalla morte di Beppe Fenoglio, esce per Garzanti Un giorno di fuoco: si tratta di un’opera composita all’interno della quale ritroviamo il racconto La sposa bambina. Qui lo scrittore coniuga il radicamento nella propria terra, le Langhe, con la necessità di raccontare le storie del parentado che aveva sentito ripetere sin da bambino. In questo intenso racconto, straordinario per forza espressiva ed essenzialità nel linguaggio, sono presenti alcuni temi cari a Fenoglio; ad esempio la durezza del mondo di Langa e la donna come vittima.

Catinina si trovava, a tredici anni giusti, sotto l’ala del mercato a giocare, quando sua madre la chiamò a casa.

“Lasciami giocare ancora con queste due bilie!” le gridò Catinina, ma sua madre fece la mossa di avventarsi e Catinina andò, con ben più di due bilie nella tasca del grembiule.

A casa c’erano suo padre e sua sorella maggiore, tra i quali vennero a mettersi lei e sua madre, e così tutti insieme erano seduti di fronte a un vecchio che Catinina conosceva solo di vista, con baffi che gli coprivano la bocca e nei panni un cattivo odore un po’ come quello dell’acciugaio.

I genitori di Catinina stavano come sospesi davanti al vecchio, e Catinina cominciò a pensare che fosse venuto per farsi rendere ad ogni costo del denaro imprestato.

Invece il vecchio era venuto per chiedere la mano di Catinina per un suo nipote che aveva diciotto anni e già un commercio suo proprio.

Sua madre disse a Catinina : “E’ vero che sei contenta di sposare il nipote di questo signore?” Catinina scrollò le spalle e torse la testa. Sua madre ripetè: “E’ vero che sei contenta, Catinina? Ti faremo una bella veste nuova, se ti sposi.”Allora Catinina disse subito che lo sposava.

“Però la veste me la fate rossa” aggiunse Catinina.

“Ma rossa non può andare in chiesa e per sposalizio. Perché ti faremo una gran festa in chiesa. Avrai una veste bianca, oppure celeste.”

A Catinina la gran festa in chiesa diceva poco o niente, quella veste non rossa già le cambiava l’idea, per lo scoramento fece piombare una mano in tasca e fece suonare le bilie.

Allora la sorella maggiore disse che le avrebbero portato tanti confetti; a sentir questo Catinina disse di sì su tutto.

Si sposarono alla vicaria di Murazzano, neanche un mese dopo. Fecero al Leon d’Oro il pranzo di nozze, pagato dal vecchio, e dopo il vespro partirono. Lo sposo, che era padrone di mulo e carretto, doveva andare fino a Savona a caricare stracci, che era il suo commercio, e ne approfittava per fare il viaggio di nozze con Catinina.

Alla sposa venne da piangere quando, salita sul carretto, dominò di lassù tutta quella gente che rideva, ma le levò quel groppo un cartoccio di mentini che le offrì una donna.

(…)

(riadattato da Beppe Fenoglio, “La sposa bambina”, in Un giorno di fuoco, Einaudi, 1963)

Non parrebbe, questo racconto, tanto diverso da quello di Viswanathan Padma, dall’omonimo titolo La sposa bambina (2009, Edizioni Garzanti). Nonostante quest’ultimo sia ambientato nell’India di fine Ottocento, rispecchia anch’esso una situazione attuale e ampiamente dibattuta. Il romanzo parla infatti di una bambina costretta al matrimonio e dell’ amore incondizionato di una madre in bilico tra tradizione e modernità.

Quando riceve la proposta di matrimonio, Sivakami ha dieci anni. Non è nè alta nè bassa per la sua età, ma non crescerà di molto. Le spalle sono strette, eppure solide, come se le scapole si fossero saldate a proteggerle il cuore. Ostenta una sorta di attraente austerità: la schiena sempre dritta, impettita. Sembra in grado di sopportare grossi pesi.

(…)

La pratica dei matrimoni forzati, legata a tradizioni patriarcali che sono sopravvissute a lungo anche in Italia, è infatti ancora diffusa in alcune aree del continente asiatico (Pakistan, India, Bangladesh) nel Maghreb e nell’Africa subsahariana. Le vittime del matrimonio imposto, menzionato nei documenti Onu tra le violenze contro i diritti fondamentali di donne e bambine, sono le spose: giovani donne e adolescenti che, complici i flussi migratori, oggi vivono anche in Italia.

La costrizione al matrimonio ha sempre conseguenze drammatiche sulla vita di queste giovani donne: violenze fisiche e psicologiche, segregazione, stupri, scompensi psichici e della salute, sequestri e rimpatrio forzato nei paesi d’ origine, a volte persino la morte.

Dramma afghano. Tahani, 10 anni, nella casa in Afghanistan in cui vive con il marito 31enne. Sono sposati da 4 anni (S.Sinclair)
Dramma afghano. Tahani, 10 anni, nella casa in Afghanistan in cui vive con il marito 31enne. Sono sposati da 4 anni (S.Sinclair)
matrimonio forzato 2
Surita, 16 anni, guarda la strada che sale sulla collina di Kagati Village, in Nepal, dalla quale deve salire il suo sposo (S.Sinclair)
Etiopia: il matrimonio tra il sacerdote ortodosso Addisu, 23 anni, con la sua nuova sposa Destaye, 11 (S.Sinclair)

Per garantire il diritto delle donne a scegliere se contrarre matrimonio e con chi sposarsi, il Parlamento europeo ha previsto tre risoluzioni, garantite dall’articolo 15 CEDAW (la Convenzione delle Nazioni Unite per l’eliniazione delle discriminazioni contro le donne), dall’articolo 16 della Dichiarazione universale sui diritti umani e dall’articolo 12 CEDU (la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della donna). Inoltre, per proteggere le donne dalle violenze connesse all’imposizione del matrimonio, occorre attuare una strategia di prevenzione chiaramente indicata nelle risoluzioni del Consiglio d’europa 1723/2005 e nelle risoluzioni del Parlamento europeo 1468 del 2005, 2006/2010 e 1662 del 2009. Anche la Convenzione europea contro la violenza domestica dell’11 maggio del 2011 prevede azioni di prevenzione specifiche per il contrasto dei matrimoni forzati, tuttavia non è ancora stata ratificata dall’Italia. Quello che oggi le associazioni umanitarie si augurano per arginare questo problema, è l’estensione dell’articolo 18 del Testo Unico a tutela delle vittime di tratta anche per le donne costrette a matrimoni forzati. Nel frattempo si auspica anche che alle donne che chiedono protezione sprovviste di permesso di soggiorno autonomo venga rilasciato ugualmente un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ai sensi degli articoli 5 comma 6 e 19 comma 1 del testo unico sull’ immigrazione (decreto legislativo 286/98)”.

Anche in Italia dunque, contrariamente a quanto si pensi, il fenomeno dei matrimoni forzati è molto diffuso.

“Uno dei problemi principali è proprio il fatto che ancora non esistono delle stime ufficiali” spiega Tiziana Dal Pra, presidente dell’associazione Trama di Terre, che da anni si occupa di diritti umani e di violenza di genere. Proprio da Trama di Terre arriva l’indagine più recente, che si ferma al 2008 e raccoglie 33 testimonianze nella sola Emilia Romagna tra giovani marocchine, pakistane, indiane, più un’italiana.

In Italia oltre ad esserci un distacco netto con le comunità immigrate, vige un’informazione basata sul sensazionalismo, quindi gli unici casi desumibili dalla stampa sono quelli che hanno avuto un epilogo tragico.

Primo tra tutti, il caso italiano più rappresentativo è quello di Hina Saleem; una ragazza pakistana uccisa dal padre l’11 agosto 2006 a Sarezzo, nel bresciano, perché non si voleva conformare alle tradizioni della sua famiglia. La vita di questa ragazza è stata interrotta bruscamente a 20 anni perché conduceva una vita troppo occidentale e, a detta della madre, disdicevole.  La condanna di Hina deriva dal suo amore per Giuseppe Tempini, un ragazzo italiano e non musulmano, ma soprattutto dalla decisione di intraprendere con lui una convivenza. Questa decisione sovverte due dei precetti fondamentali dell’Islam: il divieto per una musulmana di sposare un non musulmano, un kafir, e l’impossibilità di convivenza tra un uomo e una donna per il divieto di commettere zina (rapporti sessuali pre-matrimoniali). Il fidanzamento, inoltre, sovvertiva la decisione paterna di un matrimonio combinato già organizzato. Hina fu attirata col pretesto della visita di un parente nella casa paterna e ad attenderla vi erano il padre insieme ad altri parenti maschi. In questa circostanza si è consumato il delitto nella totale impotenza di una ragazza che non solo aveva precedentemente denunciato, ma che era stata costretta a ritirare le denunce a causa del timore di subirne a sua volta per calunnia. Mentre Hina moriva a Sarezzo, sua madre e i fratelli erano in vacanza in Pakistan (viaggio che la ragazza si era rifiutata di fare per paura di dover contrarre matrimonio una volta giunta nel paese di origine).

La vicenda giudiziaria si è aperta poco dopo l’individuazione dei colpevoli ed il processo è stato al centro dell’attenzione mediatica e politica. La sentenza, nel novembre 2007, ha condannato a trent’ anni il padre di Hina e i due cognati per omicidio volontario premeditato aggravato da futili motivi e, a due anni e otto mesi lo zio per aver contribuito all’ occultamento del cadavere.

Hina Saleem, uccisa a 20 anni.
Hina Saleem, uccisa a 20 anni.

La vicenda di Hina Saleem ha scatenato numerose riflessioni sul grado di integrazione tra comunità immigrate e comunità locale. L’Imam di Torino, Abdellah Mechnoune, ha partecipato alle manifestazioni per chiedere giustizia per Hina e ha dichiarato che essa è stata vittima dell’ignoranza del padre, una persona chiusa e influenzata dagli insegnamenti di fanatici integralisti. Considerando l’intera vicenda nella sua crudezza però, la speranza dell’Imam si trasforma quasi in utopia. Due infatti sono i fattori da prendere in considerazione per comprendere quanto le convinzioni possano sopraffare la volontà di un individuo. Il primo è rappresentato dal fatto che il padre di Hina e i suoi cognati, dopo averle inferto più di venti coltellate, hanno deciso di seppellirla nell’orto di casa secondo la tradizione islamica. Il corpo, dopo essere stato lavato, è stato avvolto in un lenzuolo bianco e sepolto nella terra sul fianco destro, con il viso in direzione della Mecca. Hanno avuto rispetto per il corpo di Hina da morta, ma non da viva. Ciò che preoccupa maggiormente è che probabilmente pensavano di averne talmente tanto da arrogarsi il diritto di punirla per le “mancanze” da lei dimostrate.

Il secondo punto, strettamente correlato al primo, è la connivenza della madre nei confronti del marito. La signora Bushra Bakum ha infatti dichiarato, in seguito alla morte di Hina, che non avrebbe perdonato il marito ma che non era un uomo cattivo e che non aveva mai usato violenza contro la figlia, nonostante le denunce di quest’ultima, tutte ritirate prima di eventuali processi. Più che di “questione islamica” qui si tratta di “questione di genere”, altrimenti non esisterebbero paesi come Marocco o Tunisia in cui le donne hanno un’emancipazione del tutto superiore a donne come Hina che vivono in paesi in cui i loro diritti sono, anzi sarebbero, tutelati dalla Carta costituzionale.

La difficoltà legata alla trattazione di queste tematiche è dimostrata dalle ricerche condotte in Italia da Virginia Odoardi per scrivere la sua tesi Forced Marriage in Great Britain: a Culture Clash. Virginia ha appunto provato a dialogare con molte donne di religione musulmana per comprendere quale fosse lo stato effettivo della situazione italiana, ma nessuna di loro le ha dato risposte. È sconfortante, sostiene la Odoardi, rendersi conto come le paure blocchino queste donne.

Nel settembre del 2008, la Sen. Magda Negri (Partito Democratico) ha presentato un’interrogazione parlamentare, la n. 3-00198, sui matrimoni imposti, con particolare riferimento a fatti di cronaca, riguardanti giovani immigrate.

Il sottosegretario di Stato per l’Interno Davico, ha risposto richiamando le ricerche delle Nazioni Unite, secondo le quali ci sono 60 milioni di «spose bambine» nel mondo, e i dati forniti dall’Acmid-donna sui matrimoni svolti dalle comunità islamiche in Italia. Il 20% dei matrimoni celebrati sarebbe definibile come ‘forzato’.

Secondo quanto pubblicato dall’Acmid-donna (associazione delle donne marocchine in Italia attiva in tutela dei diritti di tutte le donne) «i matrimoni combinati si svolgono soprattutto in Pakistan, Iran Afghanistan e Yemen. Nel Maghreb si tratta di un fenomeno più marginale. In Italia i matrimoni combinati riguardano quell’immigrazione che è “rimasta indietro”».

 La tesi della Odoardi si conclude con questa interessante considerazione:

“È molto difficile ipotizzare previsioni sul futuro della situazione italiana rispetto agli eventuali casi di matrimoni forzati all’interno delle seconde generazioni. Allo stato attuale però, si prevede il fenomeno in crescita, anche se si è ancora in tempo per evitare un’esplosione epidemica. Sarà compito delle autorità locali e nazionali incentivare il dialogo e la comunicazione interculturale per evitare che un comportamento all’ occidentale di giovani donne diventi l’attenuante per esercitare violenza e coercizione. Il problema di genere, inoltre, è ampiamente posto in secondo piano rispetto al fantasma del fondamentalismo.”

Bibliografia:

– Virginia Odoardi, Forced Marriage in Great Britain: a culture clash.

(http://www.tramaditerre.org/tdt/docs/1941.pdf)

– National Geographic Italia, Giugno 2011 “Troppo giovani per dire sì”.

(http://www.nationalgeographic.it/dal-giornale/2011/05/31/foto/fotogalleria_spose_bambine-356651/1/#media)

– Associazione Trama di Terre, Centro Interculturale delle donne.

(http://www.tramaditerre.org/)

– Acmid Donna Onlus – Associazione Donne  Marocchine in Italia.

http://www.acmid-donna.it/acmid/

 

Il segreto oscuro degli steroidi nei bordelli di Tangail, Bangladesh

Siamo a Tangail, città nella regione centrale del Bangladesh a un paio d’ore di macchina dalla capitale Dhaka, dove alberi in fiore e suggestivi bazar antichi donano una nota apparentemente positiva.

La nota dolente è rappresentata dal bordello della città, in cui 800 donne e ragazze conducono una vita dolorosa e degradante.

Bordello di Tangail

Si tratta di una fitta rete di baracche di latta, una sorta di quartiere dove i vicoli presentano fogne a cielo aperto, mentre i negozi vendono cose normali come sapone, biscotti e lampadine. C’è anche un parrucchiere, ci sono bancarelle di tè e un santuario musulmano. I bambini giocano ad ogni angolo.

Ma il bordello, che è a soli cinque minuti a piedi dal centro della città, è sorvegliato da uomini che trasportano pesanti doghe in legno. Le fogne sono state bloccati da preservativi usati, e alle due del pomeriggio la baraccopoli è già affollata, con i clienti prendono una lunga pausa pranzo.

Stiamo parlando di uno dei 14 bordelli ufficiali del Bangladesh: tutte le donne che lavorano qui devono disporre di documenti legali e dimostrare di avere un’età minima di 18 anni. Purtroppo, la maggior parte di queste ragazze è in realtà molto più giovane.

Prostituta a Tangail

Teoricamente le donne possono camminare liberamente all’esterno del bordello quando lo desiderano, ma in pratica ciò accade raramente. Lavorando qui, anche contro la loro volontà, diventano emarginate e vengono rifiutate dalle loro famiglie, nonchè dall’intera comunità. Il bordello si designa dunque come la prigione di queste donne vittime del mercato della prostituzione.

Dal momento che gli uomini non pagano molto, le donne hanno bisogno di molti clienti ogni giorno e, abitualmente, fanno uso di uno steroide corticosurrenale utilizzato per curare artrosi e allergie chiamato Oradexon.

Questo steroide è utilizzato, in dosi massicce, anche dagli allevatori per gonfiare il bestiame prima di venderlo al mercato e dalle madame e papponi dei bordelli bengalesi per gonfiare il corpo delle prostitute. Viene venduto nei bordelli in blister da dieci pasticche a un prezzo veramente esiguo, quasi quanto quello di una tazza di tè, ed è un metodo veloce ed economico per trasformare il proprio corpo e attirare così più clienti.

Oradexon

Secondo diversi studi, questo farmaco può causare problemi di salute terribili e portare anche alla morte se utilizzato impropriamente.

Da un articolo della BBC News South Asia del 10 maggio 2010 emerge la seguente intervista:

La ragazza si chiama Ranu, ed è così ricercata che, durante l’intervista, tre uomini sono disposti a stare in fila per lei su vecchi sacchetti di cemento. Anche sua madre ha lavorato nel bordello, quindi Ranu, che ora ha 28 anni, è nata e cresciuta in questo ambiente. Dichiara che sta prendendo gli steroidi in modo che il proprio figlio avrà un futuro migliore.

“Nessun rimorso. Ho usato lo steroide per avere il seno più grande e per aumentare di peso. La domanda dei clienti è aumentata”, dice Ranu.

“Non mi preoccupo per i rischi della salute, perché ho un figlio. Prendo Oradexon e ho buoni clienti e ho fatto un affare per il bene del futuro di mio figlio.

“Se muoio a causa di prendere Oradexon non avrò alcun rimorso, perché mio figlio avrà una possibilità”dice.

Ma non tutti nel bordello hanno la libertà di scegliere. Il sistema è controllato da un gruppo di madame che insistono sul fatto che le donne che lavorano per loro debbano prendere le pillole con la scusa che le ragazze minorenni possano diventare più forti, mentre le donne anziane rimangano in forma.

Il 90 per cento sulle 200 mila prostitute dei bordelli bengalesi viene costretto a prendere questo pericoloso veleno per l’organismo, anche sotto percosse, perchè queste donne conoscono bene gli effetti collaterali della droga. Può essere definita tale perché un consumo sconsiderato del farmaco causa seri effetti collaterali, crea dipendenza e, alla lunga, può anche uccidere. Le crisi di astinenza sono terribili: mal di testa, dolori allo stomaco ed eruzioni cutanee. Così, una volta che le ragazze hanno iniziato ad assumere le pillole non smettono più anche perché hanno paura di perdere clienti e così di non poter portare soldi a casa.
Tutto questo spiega perché queste sex workers, soprattutto bambine, siano tutte formose, ma in maniera strana, eccessiva per essere in un paese dove la povertà è così diffusa, in un paese di gente pelle e ossa. L’elisir della loro innaturalezza si chiama Oradexon.

Prostitute Tangail

Una recente indagine, condotta da ActionAid in due diversi bordelli, ha concluso che Oradexon sia estremamente dannoso. Le pillole possono infatti influenzare gli ormoni delle donne, causare la pressione alta, eruzioni cutanee e danni irreversibili al fegato e ai reni. Possono provocare inoltre la predisposizione a contrarre gravi infezioni. ActionAid ha lanciato quindi una campagna per informare le donne dei pericoli della droga. Ma senza l’aiuto del governo, è improbabile che questa campagna possa sortire le conseguenze sperate.

Bibliografia:

Articolo BBC News South Asia: http://www.bbc.co.uk/news/10173115

Pietro Del Re, Bangladesh, tra le bimbe drogate della città-bordello, in La Repubblica (27-02-2013), p.54

One Billion Rising Bergamo 2013: anche la nostra città aderisce!

Giovedì 14 Febbraio, donne e uomini di tutto il mondo attraverso flash mob, eventi teatrali, appelli e soprattutto danza, aderiranno a ONE BILLION RISING, campagna internazionale contro la violenza sulle donne.

Un miliardo di donne violate ogni giorno. Un miliardo di persone che diranno basta.

Anche Bergamo aderisce a questo appello.

Presso lo Spazio Giovani Edoné, in Via Agostino Gemelli (Bg), circa 300 persone saranno chiamate a partecipare attivamente all’iniziativa puntando il dito verso l’alto e a far volare lanterne luminose in direzione del cielo.

Questo emozionante momento verrà ripreso e sarà la scena finale di un video di sensibilizzazione che sarà successivamente pubblicato sulla pagina web di ONE BILLION RISING:

http://www.onebillionrising.org/

 

Sul sito saranno e sono già ora visibili tutti i video di persone, donne e uomini, che dal Congo all’India, passando per la California e la Finlandia, hanno deciso di puntare il dito e rifiutarsi di distogliere lo sguardo da questo grave problema.

Prima e dopo le riprese alcune/i djs della nostra città accompagneranno la serata:

● Laura Panda from Panda Sound
● Vale_Tns
● Dj Prepio from IBWT
● Edo from Durty Geeks

La violenza sulle donne non può essere un dato di fatto.
STRIKE
DANCE
RISE!

Flyer One Billion Rising Bergamo

San Carlo alle Quattro Fontane, Lugano, Svizzera 1999-2003: il modello ligneo sospeso tra realtà e rappresentazione

Borromini, Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane - Roma;
Borromini, Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane – Roma;

Nel 1999, in occasione dei festeggiamenti per il quattrocentesimo anniversario dalla nascita di Francesco Borromini (1599-1667), nell’ambito della mostra dedicata dal Museo Cantonale d’Arte di Lugano, l’architetto Mario Botta ha ideato la copia lignea della celebre chiesa di San Carlo alle Quattro fontane di Roma. Il progetto, svolto come lavoro d’ atelier dall’ Accademia di Architettura dell’ Università della Svizzera Italiana, è stato realizzato nell’ambito di un programma occupazionale finanziato dalla Confederazione.

L’ opera, originale ed effimera, avrebbe dovuto rimanere a Lugano unicamente per i sei mesi previsti dal progetto espositivo. Considerato il grande successo ottenuto dall’affluenza di molti visitatori , (sono stati oltre 300.000 i visitatori nel primo anno), la città di Lugano ha concluso con l’USI un contratto di gestione di tre anni per permettere al maggior numero di persone possibile di ammirare l’opera.

Nel corso di questo lasso di tempo sono state esaminate diverse soluzioni per preservare l’opera: il Consiglio Comunale della città di Lugano ha bocciato una richiesta di credito di manutenzione di 300.000 franchi per impermeabilizzare e ridipingere la parte interna del modello ligneo in argento. Un importante gruppo imprenditoriale milanese ha manifestato all’architetto Mario Botta il suo interesse per trasferire l’opera entro un vasto complesso edilizio, ma i costi di trasferimento e di ricostruzione si sono rivelati proibitivi.

Il modello ligneo venne dunque smantellato nel 2003.

Quest’ operazione, nell’ideologia di Mario Botta, è stata sorprendete poichè ha portato con sé e una magia ed una seduzione che forse l’opera vera non sarebbe riuscita a suscitare: l’architettura “tagliata” e decontestualizzata da Roma può essere considerata un modello, una rappresentazione; eppure,  la scala utilizzata 1:1, consente di poterla considerare una realtà che si confronta con le case del lungolago poste intorno ad essa. Questa ambiguità tra rappresentazione e realtà rappresenta dunque il fascino di questo particolare lavoro.

Mario Botta ha spiegato che per intraprendere questo esercizio architettonico non l’hanno lasciato indifferente le osservazioni di uno scrittore comasco: Carlo Dossi, il quale osserva:

“Il carattere dominante delle architetture è dato dal contesto che colpisce l’occhio dell’artista. Architetti, fate attenzione! Non siete voi a costruire e a dare le immagini delle vostre architetture, ma è il contesto, è il paesaggio, sono le forme che voi vedete.”

Al di là del linguaggio utilizzato dall’architetto, c’è qualcosa che lega imprescindibilmente l’architettura al contesto. Mario Botta ha voluto verificare con questo esercizio in che misura il monte San Salvatore, il lago, il monte Brein, hanno influenzato l’idea dello spazio in Borromini, nato a Bissone (sul lago di Lugano) nel 1599. Ecco che dunque, un suo capolavoro giovanile spaccato a metà e portato sul lago diventa un’operazione azzardata e rivelatrice.

San Carlo alle Quattro Fontane, Lugano;
San Carlo alle Quattro Fontane, Lugano;

San_Carlo_alle_Quattro_Fontane_(Lugano)_2particolare san carlino botta

Danza del Ventre e Tribal Fusion: i nuovi corsi Americana Exotica 2013

Ce n’è per tutti i gusti: quest’anno a.s.d. Americana Exotica propone nuovi corsi tra cui danza del ventre con Claudia Pippo, per chi ama la disciplina esotica classica e vuole apprenderne dettagliatamente la tecnica, divertendosi e rilassandosi tra ritmi concitati e atmosfere da mille e una notte; con Claudia si affronterà la tecnica della danza del ventre, applicata a sequenze ritmiche e a coreografie.
Per chi ama invece sonorità più contemporanee e un lavoro più eclettico c’è la Tribal Fusion con Beatrice Secchi, che prevede un riscaldamento tonificante a terra legato allo Yoga, un’approfondita conoscenza delle isolazioni e dell’utilizzo della muscolatura: come controllarla, contrarla e decontrarla al fine di ottenere effetti spettacolari. Anche qui sequenze e coreografie permetteranno alle partecipanti di destreggiarsi e di apprendere al meglio la tecnica.

Water: un dialogo al femminile tra regista e scrittrice

Cosa accade ad una donna che resta vedova nelle sfere più tradizionaliste della comunità hindu?

La donna ha tre possibilità:

farsi bruciare sulla pira assieme al marito, sposare il fratello del marito defunto, chiudersi in un ashram per il resto della vita.

In Acqua (Bapsi Sidhwa , Edizioni Neri Pozza, 2006), la scrittrice racconta la vita delle vedove in India, le quali, secondo la tradizione braminica, sono costrette a rinunciare al loro ruolo sociale in quanto incapaci di servire i loro mariti.

Bapsi Sidhwa, (fotografia tratta da http://www.bapsisidhwa.com/photos.html)

Siamo nel 1938 in India, presso Rawalpur.

Una barca bassa, dal fondo piatto, sta accostandosi a una riva del Gange. Sul natante sono pigiate alcune persone dai volti affranti che, dopo un lungo viaggio nella giungla si sono imbarcate per accompagnare un feretro ai ghat, ai luoghi dove sorgono le pire per la cremazione, secondo la religione induista. È questo il funerale di Hia Lal, uomo di mezza età morto di febbri tifoidi, e tra i parenti più stretti figura anche Chuya, di appena otto anni, una bambina vivace, irrequieta, con gli occhi sgranti di stupore e di meraviglia. Eppure tutti, meno lei, sanno che l’attende una grave sventura, giacché, in quella tenerissima età, è già una povera vedova. Chuyha, infatti, aveva conosciuto anni addietro lo sfarzo e le gioie della cerimonia nuziale, fatta di sari colorati secondo principi ritualistici, di collane e di bracciali sacri, pegno di fedeltà eterna a un marito di cui non sapeva nulla. Una celebrazione durata pochi giorni, che l’aveva vista poi tornare alla propria casa, accanto agli amorosi genitori, in attesa di raggiungere la maggiore età ed essere “consegnata” a quel marito sconosciuto e molto anziano. Ma quello che per lei era stato soltanto un “incomprensibile” episodio di nozze («qualcosa che dopo due anni non ricordava nemmeno più») ora è destinato a trasformarsi in una tragedia. E ben se ne accorge quando, dopo il rogo  di Hira Lal, la suocera le spezza con odio i bracciali, la denuda e la obbliga a indossare il sari bianco delle reiette, delle vedove che nell’India braminica non hanno più alcun diritto.

Dopo questa completa spoliazione la bambina verrà condotta in uno dei famigerati ashram: sorta di monasteri femminili che accolgono, per una vita di povertà e di dipendenza Caratterizzata dal taglio rituale dei capelli, le donne che, subendo i guasti della vedovanza, hanno perso la loro funzione nella società, quella cioè di «fare figli e di servire il marito» mantenendo invece una potenzialità sessuale troppo pericolosa per la moralità comune.

La storia di Chuya e della dura presa di coscienza di una consuetudine che, dopo secoli di discriminazioni, verrà almeno ufficialmente abolita di lì ad alcuni anni con un’apposita – contrastatissima – legge voluta dal Mahatma Gandhi, è narrata con fermezza e soavità da Bapsi Sidhwa in Acqua, romanzo che denuncia una delle più feroci discriminazioni indiane nei confronti della donna.

Sidhwa è una scrittrice pakistana, nata a Karachi, trasferitasi dapprima a Lahore e poi negli Stati Uniti. Tra i suoi romanzi più belli (tutti pubblicati da Neri Pozza) ricordiamo La Spartizione del cuoreIl talento dei Parsi e La sposa pakistana.

Chuya diviene l’emblema di un possibile riscatto, al contrario della bellissima giovane amica Kalyani, a cui viene concessa la ricrescita dei capelli solo per indirizzarla alla prostituzione al fine di provvedere al mantenimento dell’intiero ashram.

Acqua è un raro caso di riscrittura di un omonimo testo filmico della regista indo-canadese Deepa Metha, girato con grandi difficoltà nell’India di oggi. Il romanzo di Sidhwa, che lo ha scritto su richiesta di Metha, ha confermato la grande bellezza della vicenda e la straordinaria capacità narrativa dell’autrice.

La regista Deepa Mehta. Photo by Devyani Saltzman

 

Intervista di Valentina Acava Mmka a Bapsi Sidhwa

Il ghetto delle vedove indiane: perdere il marito e la dignità

Stilos, 9 gennaio 2007

La stesura di Acqua nasce dalla proposta di scrivere un romanzo sulla sceneggiatura del film di Deepa Metha. Cosa ha rappresentato per te scrivere su commissione ed entro un tempo determinato? Dove finisce la limitazione e comincia la libertà di creare un nuovo lavoro?

Quando Deepa mi inviò la sceneggiatura del suo film Water e mi chiese di scriverci su un romanzo in tre mesi, in un primo momento esitai. Tuttavia riuscì a persuadermi chiedendomi di provarci. Ho guardato il film diverse volte. Avevo una certa difficoltà ad iniziare la stesura del romanzo fino a quando non mi sono resa conto che in fondo Chuyia assomigliava a Lenny, la bambina de La spartizione del cuore. Ho scritto un prologo sugli eventi della vita di Chuyia prima del racconto vero e proprio: questo è stato un modo per fare mia la storia. Creare un nuovo inizio mi ha dato la libertà di creare lo sfondo narrativo delle vedove, di caratterizzare le motivazioni, di aggiungere più dialoghi e colpi di scena oltre che personaggi nuovi. Ho fatto ricerche sulle leggi religiose che regolano la vita di molte vedove hindu e le ho descritte. Ci sono poi cose che nel tempo di un film non possono essere descritte e che invece trovano spazio nel romanzo. Ho impiegato quattro mesi a scriverlo e se devo essere sincera penso di non avere mai lavorato cosi duramente, ma è stata una esperienza nuova ed esaltante.

Chuyia. Foto di Devyani Saltzman. Scena tratta dal film "Water"

I precetti hindu leggono nella vedovanza la punizione per i peccati commessi in una vita passata. Quanto questa tradizione è ancora praticata nell’India di oggi? E tra quali classi sociali? 

La credenza che il karma della vedova sia la causa della morte del marito riguarda generalmente le vedove hindu di alta casta. È una credenza ancora molto presente nell’India centro – settentrionale e nel Bengala rurale. Il Sud del paese è meno tradizionalista in questo senso.

Nell’ashram Chuyia (protagonista del libro) viene proiettata in un mondo che non conosce: incontra le altre vedove, donne diverse con esperienze diverse alle spalle il cui stato di vedovanza ha annullato tutte le distinzioni di classe: la irosa direttrice dell’ashram, Madhumati, la severa e protettiva Shakuntala, unica capace di tenere testa a Madhumati, la dolce Bua e la bellissima Kalyani che le diventa amica. Kalyani è l’unica in tutto l’ashram ad avere i capelli lunghi, infatti fa la prostituta: il suo ruolo è ambiguo e anche se disprezzata vive un po’ da privilegiata. Il suo ruolo era accettato solo in funzione del fatto che sosteneva economicamente la vita dell’ashram

Certamente. Madhumati le concede alcuni privilegi come l’avere una stanza ampia e ariosa nella parte alta dell’ashram, solo ed unicamente perché Kalyani sostiene l’ashram con i soldi guadagnati prostituendosi. Le vedove, infatti, vivono di elemosina e questo non è sufficiente a sostenere tutte le spese. Per il resto le altre vedove considerano Kalyani un’impura, tanto da non mangiare neppure assieme a lei.

Chuyia e Kalyani;scena tratta dal film "Water"

In Acqua si parla anche di amore: Kalyani conosce un giovane sostenitore di Gandhi, Narayan, che dopo averla vista più volte al fiume in compagnia di Chuyia le chiede di sposarlo. Lei accetta, vedendo in questa proposta la possibilità di cambiare vita e liberarsi dall’oppressione della tradizione. Tuttavia quando arriva il giorno di andare a conoscere la famiglia del suo promesso, a mano a mano che si avvicina alla casa dei suoi genitori, si fa ricondurre di colpo indietro. Kalyani, infatti, riconosce nella casa di Narayan quella di uno dei suoi clienti. Il giovane non comprende la reazione della ragazza che gli dice di chiedere spiegazioni a suo padre. Ora Kalyani non può tornare più all’ashram e non può più sposare Narayan e così sceglie di togliersi la vita. Quando Narayan la cerca è troppo tardi. È possibile che Kalyani non avesse altra scelta?

Date le circostanze e l’influenza di una tradizione rigida, Kalyani non aveva altra scelta. Se fosse tornata all’ashram avrebbe dovuto continuare a prostituirsi e, dopo quanto accaduto, non ce l’avrebbe più fatta a vivere in quel modo. Se avesse sposato Narayan, avrebbe portato disonore e disgrazia a lui e alla sua famiglia. Inoltre non avrebbe potuto guardare in faccia i suoi genitori e parenti compromettendo i loro rapporti con Narayan.

Kalyani e Narayan; scena tratta dal film "Water"

La morte di Kalyani può essere letta anche come la salvezza di Chuyia. Nel momento in cui quest’ultima viene scelta da Madhumati per sostituire Kalyani nel ruolo di prostituta, Shakunthala, guidata dalle parole di Gandhi, «La verità è Dio», che risvegliano in lei un profondo istinto di protezione e giustizia, porta la vedova bambina da Narayan perché la salvi dal suo crudele destino. Qui la morte e l’amore sono legate inscindibilmente da una presa inscindibile. È un tema molto visitato dalla letteratura indiana. 

Sì, anche se non lo considererei un topos prettamente indiano. L’amore, la morte, gli ostacoli, le emozioni forti come la compassione sono parte del destino dell’uomo e costituiscono una forte componente narrativa di tutta la letteratura.

Chuiya, scena tratta dal film "Water"

Il romanzo è ambientato nell’India del 1938. È il periodo in cui le idee rivoluzionarie di Gandhi cominciano ad affermarsi e a scuotere le istituzioni tradizionali indiane. Quanto di Gandhi e del suo spirito sopravvive ancora nell’India contemporanea, tra i giovani che guardano ad una società diversa?

Le dottrine di Gandhi sono rispettate da persone di tutte le fedi, anche se non sempre vengono seguite. I suoi sforzi di migliorare la condizione degli «intoccabili» ha portato ad una maggiore tolleranza e ad un trattamento più umano nei loro confronti. Gandhi aveva cambiato il loro nome in «Harijans« (i figli di Dio), oggi infatti hanno dei posti riservati nelle scuole e godono di qualche potere politico. Ha anche cercato di liberare la società dai pregiudizi contro le vedove e da altre ingiustizie. I pregiudizi oggi restano, ma la situazione è migliorata. Ogni bambino e ragazzo in India impara qualcosa della vita di Gandhi e del suo credo e sono certa che continuerà ad ispirare i ragazzi non solo in India ma in altre parti del mondo.

Mohandas Karamchand Gandhi (2 October 1869 - 30 January 1948)

La storia di Chuyia e Kalyani è rappresentativa della religione hindu, tuttavia è alquanto diffusa tra le altre religioni una vena fondamentalista che opprime la donna un po’ come avviene nel tuo romanzo.Qual è la risposta a queste tradizioni repressive? 

La maggior parte delle religioni si fondano su un sistema patriarcale e l’oppressione delle donne è prevista dalla loro stessa struttura perché essa fa comodo agli uomini. L’istruzione e l’opportunità di un’indipendenza economica cui essa porta fornisce la risposta alle donne che sono così in grado di rompere con le tradizioni repressive. Molti paesi hanno approvato leggi per proteggere il diritto di una donna ad ereditare e ottenere alimenti per sé e i figli in caso di divorzio. L’indipendenza economica è la chiave di svolta da cui dipende la liberazione delle donne dalle tradizioni integraliste che ne opprimono la libera scelta.

Mother Meera's School in India

È giusto dire che la religione, per essere praticata, deve modificare i suoi precetti conformemente ai cambiamenti del tempo?

Assolutamente, sono perfettamente d’accordo con quanto affermi. Se la religione non modifica le sue rigide dottrine per adeguarsi ai tempi che cambiano non potrà mai continuare il suo proposito a migliorare la condizione della vita umana.

Donne che pregano. photo by Ravi Kanniganti

Il subcontinente indiano è un mosaico di culture, lingue, religioni, tradizioni. Un paese che sta correndo verso la meta del villaggio globale. Come è possibile conciliare la modernità con la tradizione?

Il denaro è il grande equalizzatore e l’immagine del mosaico indiano è un ottimo esempio. L’India sta assistendo all’ascesa di una consistente classe media grazie alla prosperità portata dalla rivoluzione tecnologica e dal commercio internazionale. Questo ha apportato grandi benefici soprattutto per le donne. La loro improvvisa capacità di produrre denaro le fa godere di un certo rispetto in famiglia. Le famiglie tradizionali diventano sempre più tolleranti nei confronti della donna che decide di trasferirsi in una città diversa per cercare un lavoro che le permetterà di vivere indipendente. Certamente la tradizione funge ancora da collante della società, tuttavia penso che i nuovi cambiamenti stiano avvenendo in maniera visibile e al tempo stesso gestibile.

Estratto:

«Niente camicia. Ti ho già detto che alle vedove non è permesso indossare stoffa cucita», sbottò la donna con impazienza. Poi, tenendole la mano sulla schiena, spinse fuori la neo-vedova come fosse una bambola che aveva  appena vestito a festa per farla vedere a tutti, e si gloriò dell’attenzione generale quando i partecipanti al funerale, leggermente turbati, si voltarono a fissare la graziosa vedova bambina. La donna condusse Chuyia da uno dei barbieri del ghat, un tipo trasandato, con i capelli lunghi e un grosso labbro inferiore, che se ne stava seduto ad aspettare paziente sui gradini sotto la pira di Hira Lal.  Sul viso dell’uomo apparve un’espressione di sincera tristezza mentre esaminava i capelli della bambina per decidere come procedere. Non aveva mai rapato una vedova così giovane prima di allora. La bambina rivolse i grandi occhi tristi verso di lui e l’uomo, pur sorridendole dolcemente, le raddrizzò il viso con fermezza. Tagliando la prima lunga ciocca, il barbiere diede inizio a un altro dei rituali di trasformazione di Chuyia in una vedova.

Kalyani; scena tratta dal film "Water"

 

 

Jim Denevan: l’eterno fascino dell’ effimero

 Jim Denevan, artista Land Art americano, traccia i suoi spaziosi disegni geometrici su spiagge, lande desolate o superfici ghiacciate. Prima che la natura intervenga inevitabilmente a cancellarli, l’artista californiano li fotografa, immortalando in tal modo questi suggestivi mandala, che assumono, come accade nelle religioni o nelle filosofie orientali, un significato rituale, spirituale, oserei dire taumaturgico.

Attraverso queste tracce nella materia, Denevan intende celebrare la terra, in un certo senso madre della vita. Sostituendo all’ opera convenzionalmente intesa l’instabilità di atti e segni che non hanno pretese di durata e di consistenza materiale, l’artista esprime il suo concetto di valore esistenziale, la cui testimonianza permane solamente attraverso il mezzo fotografico digitalizzato.

La caducità dell’opera non condiziona la precisione né l’accuratezza dell’esecuzione finale, di fronte alla quale si rimane letteralmente a bocca aperta. Per la partitura degli spazi, l’artista realizza dei cartoni in scala ridotta su cui programma la stesura generale.

Le fotografie delle sue opere richiamano alla mia mente l’arte romantica di Caspar David Friedrich (1774-1840): come il pittore tedesco concentrava la  propria attenzione sui paesaggi desolati della Germania e sugli effetti di luce scaturiti dalle diverse condizioni climatiche, Denevan proietta le sue volontà esecutive su lande desolate, malinconiche quanto eccitanti in quanto incontaminati spazi vitali.

L’artista tedesco, a differenza di Denevan, godette purtroppo di una modesta considerazione in vita. Anche se ebbe clienti prestigiosi, come lo stesso Re prussiano e il futuro zar Nicola I, la maggioranza della critica contemporanea ed i suoi stessi colleghi d’Accademia non lo apprezzarono pienamente. L’ amico J.C. Dahl scrisse infatti: “Friedrich non fu compreso dai suoi contemporanei, o quanto meno lo è stato da pochissimi. La maggior parte ha visto in lui soltanto un misticismo ricercato e innaturale. Ma ciò è sbagliato. Anche se la sua pittura era spesso un po’ rigida, vi erano in essa alcuni tratti fondamentali, la fedeltà al vero e la capacità di osservazione, in una concezione di tale semplicità da sfiorare a volte la meticolosità e la povertà del contenuto”.

In effetti, niente è più fuorviante che considerare Friedrich un mistico. Il misticismo è adesione irrazionale e immediata a un Dio presente nell’interiorità dello spirito individuale. Al contrario, Friedrich costruisce con razionale meticolosità immagini della natura in cui trovare l’esperienza religiosa, e la sua pittura è lo svelamento della presenza divina nella natura, mediatrice del rapporto dell’uomo con Dio.

Friedrich scrisse:“Il divino è ovunque, anche in un granello di sabbia; una volta l’ho raffigurato in un canneto”.

Anche se questo intento religioso non è esplicimente dichiarato dal Denevan, è incredibile come una comune ricerca di pieno, inteso  a  livello emotivo,  nel vuoto (quello delle “lande”)  possa legarsi alla necessità visiva da parte del’uomo del proprio intervento, della propria presenza: operazione espressa da Friedrich in modo più passivo attraverso il “Monaco in riva al mare” o dai segni tracciati dal Denevan, sigle di un umanità minimalista consapevole di essere sulla terra di passaggio.

Friedrich "Monaco in riva al mare",1808-1810, Berlino, Alte Nationalgalerie

La differente cultura da cui nascono gli artisti è la matrice principale della produzione artsitica: da una parte l’artista tedesco è sopraffatto quanto attratto dal fascino dell’effimero, dall’altra il contemporaneo californiano misura quella sopraffazione e la accetta,  trasformandola in un potenziale riscontro sensoriale tanto perfetto quanto caduco e fugace.

Gli interventi di Denevan non sono altro che gli utopici desideri di Friedrich divenuti realtà, la risposta che egli tentava di darsi attraverso la sua pittura, la risposta di appagamento temporaneo di fronte all’eterno e ineccepibile silenzio della natura. Ecco perchè troviamo fisicamente l’uomo nei quadri del pittore tedesco a cavallo tra Settecento e Ottocento, l’uomo che si pone domande che non appartengono a nessuna epoca. Denevan prova con la sua arte a fornirci diverse risposte, che ciclicamente mutano e che contengono  una discrepanza formologica e psicologica al loro interno: difficoltà creativa contro facilità disintegrativa.

Friedrich, "Viandante sul mare di nebbia" 1818, Amburgo, Kunsthalle
Tra i progetti "Earth" (Nevada,2008)
"Earth", (Nevada,2008)