Water: un dialogo al femminile tra regista e scrittrice

Cosa accade ad una donna che resta vedova nelle sfere più tradizionaliste della comunità hindu?

La donna ha tre possibilità:

farsi bruciare sulla pira assieme al marito, sposare il fratello del marito defunto, chiudersi in un ashram per il resto della vita.

In Acqua (Bapsi Sidhwa , Edizioni Neri Pozza, 2006), la scrittrice racconta la vita delle vedove in India, le quali, secondo la tradizione braminica, sono costrette a rinunciare al loro ruolo sociale in quanto incapaci di servire i loro mariti.

Bapsi Sidhwa, (fotografia tratta da http://www.bapsisidhwa.com/photos.html)

Siamo nel 1938 in India, presso Rawalpur.

Una barca bassa, dal fondo piatto, sta accostandosi a una riva del Gange. Sul natante sono pigiate alcune persone dai volti affranti che, dopo un lungo viaggio nella giungla si sono imbarcate per accompagnare un feretro ai ghat, ai luoghi dove sorgono le pire per la cremazione, secondo la religione induista. È questo il funerale di Hia Lal, uomo di mezza età morto di febbri tifoidi, e tra i parenti più stretti figura anche Chuya, di appena otto anni, una bambina vivace, irrequieta, con gli occhi sgranti di stupore e di meraviglia. Eppure tutti, meno lei, sanno che l’attende una grave sventura, giacché, in quella tenerissima età, è già una povera vedova. Chuyha, infatti, aveva conosciuto anni addietro lo sfarzo e le gioie della cerimonia nuziale, fatta di sari colorati secondo principi ritualistici, di collane e di bracciali sacri, pegno di fedeltà eterna a un marito di cui non sapeva nulla. Una celebrazione durata pochi giorni, che l’aveva vista poi tornare alla propria casa, accanto agli amorosi genitori, in attesa di raggiungere la maggiore età ed essere “consegnata” a quel marito sconosciuto e molto anziano. Ma quello che per lei era stato soltanto un “incomprensibile” episodio di nozze («qualcosa che dopo due anni non ricordava nemmeno più») ora è destinato a trasformarsi in una tragedia. E ben se ne accorge quando, dopo il rogo  di Hira Lal, la suocera le spezza con odio i bracciali, la denuda e la obbliga a indossare il sari bianco delle reiette, delle vedove che nell’India braminica non hanno più alcun diritto.

Dopo questa completa spoliazione la bambina verrà condotta in uno dei famigerati ashram: sorta di monasteri femminili che accolgono, per una vita di povertà e di dipendenza Caratterizzata dal taglio rituale dei capelli, le donne che, subendo i guasti della vedovanza, hanno perso la loro funzione nella società, quella cioè di «fare figli e di servire il marito» mantenendo invece una potenzialità sessuale troppo pericolosa per la moralità comune.

La storia di Chuya e della dura presa di coscienza di una consuetudine che, dopo secoli di discriminazioni, verrà almeno ufficialmente abolita di lì ad alcuni anni con un’apposita – contrastatissima – legge voluta dal Mahatma Gandhi, è narrata con fermezza e soavità da Bapsi Sidhwa in Acqua, romanzo che denuncia una delle più feroci discriminazioni indiane nei confronti della donna.

Sidhwa è una scrittrice pakistana, nata a Karachi, trasferitasi dapprima a Lahore e poi negli Stati Uniti. Tra i suoi romanzi più belli (tutti pubblicati da Neri Pozza) ricordiamo La Spartizione del cuoreIl talento dei Parsi e La sposa pakistana.

Chuya diviene l’emblema di un possibile riscatto, al contrario della bellissima giovane amica Kalyani, a cui viene concessa la ricrescita dei capelli solo per indirizzarla alla prostituzione al fine di provvedere al mantenimento dell’intiero ashram.

Acqua è un raro caso di riscrittura di un omonimo testo filmico della regista indo-canadese Deepa Metha, girato con grandi difficoltà nell’India di oggi. Il romanzo di Sidhwa, che lo ha scritto su richiesta di Metha, ha confermato la grande bellezza della vicenda e la straordinaria capacità narrativa dell’autrice.

La regista Deepa Mehta. Photo by Devyani Saltzman

 

Intervista di Valentina Acava Mmka a Bapsi Sidhwa

Il ghetto delle vedove indiane: perdere il marito e la dignità

Stilos, 9 gennaio 2007

La stesura di Acqua nasce dalla proposta di scrivere un romanzo sulla sceneggiatura del film di Deepa Metha. Cosa ha rappresentato per te scrivere su commissione ed entro un tempo determinato? Dove finisce la limitazione e comincia la libertà di creare un nuovo lavoro?

Quando Deepa mi inviò la sceneggiatura del suo film Water e mi chiese di scriverci su un romanzo in tre mesi, in un primo momento esitai. Tuttavia riuscì a persuadermi chiedendomi di provarci. Ho guardato il film diverse volte. Avevo una certa difficoltà ad iniziare la stesura del romanzo fino a quando non mi sono resa conto che in fondo Chuyia assomigliava a Lenny, la bambina de La spartizione del cuore. Ho scritto un prologo sugli eventi della vita di Chuyia prima del racconto vero e proprio: questo è stato un modo per fare mia la storia. Creare un nuovo inizio mi ha dato la libertà di creare lo sfondo narrativo delle vedove, di caratterizzare le motivazioni, di aggiungere più dialoghi e colpi di scena oltre che personaggi nuovi. Ho fatto ricerche sulle leggi religiose che regolano la vita di molte vedove hindu e le ho descritte. Ci sono poi cose che nel tempo di un film non possono essere descritte e che invece trovano spazio nel romanzo. Ho impiegato quattro mesi a scriverlo e se devo essere sincera penso di non avere mai lavorato cosi duramente, ma è stata una esperienza nuova ed esaltante.

Chuyia. Foto di Devyani Saltzman. Scena tratta dal film "Water"

I precetti hindu leggono nella vedovanza la punizione per i peccati commessi in una vita passata. Quanto questa tradizione è ancora praticata nell’India di oggi? E tra quali classi sociali? 

La credenza che il karma della vedova sia la causa della morte del marito riguarda generalmente le vedove hindu di alta casta. È una credenza ancora molto presente nell’India centro – settentrionale e nel Bengala rurale. Il Sud del paese è meno tradizionalista in questo senso.

Nell’ashram Chuyia (protagonista del libro) viene proiettata in un mondo che non conosce: incontra le altre vedove, donne diverse con esperienze diverse alle spalle il cui stato di vedovanza ha annullato tutte le distinzioni di classe: la irosa direttrice dell’ashram, Madhumati, la severa e protettiva Shakuntala, unica capace di tenere testa a Madhumati, la dolce Bua e la bellissima Kalyani che le diventa amica. Kalyani è l’unica in tutto l’ashram ad avere i capelli lunghi, infatti fa la prostituta: il suo ruolo è ambiguo e anche se disprezzata vive un po’ da privilegiata. Il suo ruolo era accettato solo in funzione del fatto che sosteneva economicamente la vita dell’ashram

Certamente. Madhumati le concede alcuni privilegi come l’avere una stanza ampia e ariosa nella parte alta dell’ashram, solo ed unicamente perché Kalyani sostiene l’ashram con i soldi guadagnati prostituendosi. Le vedove, infatti, vivono di elemosina e questo non è sufficiente a sostenere tutte le spese. Per il resto le altre vedove considerano Kalyani un’impura, tanto da non mangiare neppure assieme a lei.

Chuyia e Kalyani;scena tratta dal film "Water"

In Acqua si parla anche di amore: Kalyani conosce un giovane sostenitore di Gandhi, Narayan, che dopo averla vista più volte al fiume in compagnia di Chuyia le chiede di sposarlo. Lei accetta, vedendo in questa proposta la possibilità di cambiare vita e liberarsi dall’oppressione della tradizione. Tuttavia quando arriva il giorno di andare a conoscere la famiglia del suo promesso, a mano a mano che si avvicina alla casa dei suoi genitori, si fa ricondurre di colpo indietro. Kalyani, infatti, riconosce nella casa di Narayan quella di uno dei suoi clienti. Il giovane non comprende la reazione della ragazza che gli dice di chiedere spiegazioni a suo padre. Ora Kalyani non può tornare più all’ashram e non può più sposare Narayan e così sceglie di togliersi la vita. Quando Narayan la cerca è troppo tardi. È possibile che Kalyani non avesse altra scelta?

Date le circostanze e l’influenza di una tradizione rigida, Kalyani non aveva altra scelta. Se fosse tornata all’ashram avrebbe dovuto continuare a prostituirsi e, dopo quanto accaduto, non ce l’avrebbe più fatta a vivere in quel modo. Se avesse sposato Narayan, avrebbe portato disonore e disgrazia a lui e alla sua famiglia. Inoltre non avrebbe potuto guardare in faccia i suoi genitori e parenti compromettendo i loro rapporti con Narayan.

Kalyani e Narayan; scena tratta dal film "Water"

La morte di Kalyani può essere letta anche come la salvezza di Chuyia. Nel momento in cui quest’ultima viene scelta da Madhumati per sostituire Kalyani nel ruolo di prostituta, Shakunthala, guidata dalle parole di Gandhi, «La verità è Dio», che risvegliano in lei un profondo istinto di protezione e giustizia, porta la vedova bambina da Narayan perché la salvi dal suo crudele destino. Qui la morte e l’amore sono legate inscindibilmente da una presa inscindibile. È un tema molto visitato dalla letteratura indiana. 

Sì, anche se non lo considererei un topos prettamente indiano. L’amore, la morte, gli ostacoli, le emozioni forti come la compassione sono parte del destino dell’uomo e costituiscono una forte componente narrativa di tutta la letteratura.

Chuiya, scena tratta dal film "Water"

Il romanzo è ambientato nell’India del 1938. È il periodo in cui le idee rivoluzionarie di Gandhi cominciano ad affermarsi e a scuotere le istituzioni tradizionali indiane. Quanto di Gandhi e del suo spirito sopravvive ancora nell’India contemporanea, tra i giovani che guardano ad una società diversa?

Le dottrine di Gandhi sono rispettate da persone di tutte le fedi, anche se non sempre vengono seguite. I suoi sforzi di migliorare la condizione degli «intoccabili» ha portato ad una maggiore tolleranza e ad un trattamento più umano nei loro confronti. Gandhi aveva cambiato il loro nome in «Harijans« (i figli di Dio), oggi infatti hanno dei posti riservati nelle scuole e godono di qualche potere politico. Ha anche cercato di liberare la società dai pregiudizi contro le vedove e da altre ingiustizie. I pregiudizi oggi restano, ma la situazione è migliorata. Ogni bambino e ragazzo in India impara qualcosa della vita di Gandhi e del suo credo e sono certa che continuerà ad ispirare i ragazzi non solo in India ma in altre parti del mondo.

Mohandas Karamchand Gandhi (2 October 1869 - 30 January 1948)

La storia di Chuyia e Kalyani è rappresentativa della religione hindu, tuttavia è alquanto diffusa tra le altre religioni una vena fondamentalista che opprime la donna un po’ come avviene nel tuo romanzo.Qual è la risposta a queste tradizioni repressive? 

La maggior parte delle religioni si fondano su un sistema patriarcale e l’oppressione delle donne è prevista dalla loro stessa struttura perché essa fa comodo agli uomini. L’istruzione e l’opportunità di un’indipendenza economica cui essa porta fornisce la risposta alle donne che sono così in grado di rompere con le tradizioni repressive. Molti paesi hanno approvato leggi per proteggere il diritto di una donna ad ereditare e ottenere alimenti per sé e i figli in caso di divorzio. L’indipendenza economica è la chiave di svolta da cui dipende la liberazione delle donne dalle tradizioni integraliste che ne opprimono la libera scelta.

Mother Meera's School in India

È giusto dire che la religione, per essere praticata, deve modificare i suoi precetti conformemente ai cambiamenti del tempo?

Assolutamente, sono perfettamente d’accordo con quanto affermi. Se la religione non modifica le sue rigide dottrine per adeguarsi ai tempi che cambiano non potrà mai continuare il suo proposito a migliorare la condizione della vita umana.

Donne che pregano. photo by Ravi Kanniganti

Il subcontinente indiano è un mosaico di culture, lingue, religioni, tradizioni. Un paese che sta correndo verso la meta del villaggio globale. Come è possibile conciliare la modernità con la tradizione?

Il denaro è il grande equalizzatore e l’immagine del mosaico indiano è un ottimo esempio. L’India sta assistendo all’ascesa di una consistente classe media grazie alla prosperità portata dalla rivoluzione tecnologica e dal commercio internazionale. Questo ha apportato grandi benefici soprattutto per le donne. La loro improvvisa capacità di produrre denaro le fa godere di un certo rispetto in famiglia. Le famiglie tradizionali diventano sempre più tolleranti nei confronti della donna che decide di trasferirsi in una città diversa per cercare un lavoro che le permetterà di vivere indipendente. Certamente la tradizione funge ancora da collante della società, tuttavia penso che i nuovi cambiamenti stiano avvenendo in maniera visibile e al tempo stesso gestibile.

Estratto:

«Niente camicia. Ti ho già detto che alle vedove non è permesso indossare stoffa cucita», sbottò la donna con impazienza. Poi, tenendole la mano sulla schiena, spinse fuori la neo-vedova come fosse una bambola che aveva  appena vestito a festa per farla vedere a tutti, e si gloriò dell’attenzione generale quando i partecipanti al funerale, leggermente turbati, si voltarono a fissare la graziosa vedova bambina. La donna condusse Chuyia da uno dei barbieri del ghat, un tipo trasandato, con i capelli lunghi e un grosso labbro inferiore, che se ne stava seduto ad aspettare paziente sui gradini sotto la pira di Hira Lal.  Sul viso dell’uomo apparve un’espressione di sincera tristezza mentre esaminava i capelli della bambina per decidere come procedere. Non aveva mai rapato una vedova così giovane prima di allora. La bambina rivolse i grandi occhi tristi verso di lui e l’uomo, pur sorridendole dolcemente, le raddrizzò il viso con fermezza. Tagliando la prima lunga ciocca, il barbiere diede inizio a un altro dei rituali di trasformazione di Chuyia in una vedova.

Kalyani; scena tratta dal film "Water"

 

 

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