Il caso delle “spose bambine” e la situazione dei matrimoni forzati in Italia

Il matrimonio forzato è quello in cui una o entrambe le persone coinvolte devono unirsi contro la propria volontà. Secondo l’articolo 16 della DichiarazioneUniversale dei Diritti Umani, è innanzitutto una violazione dei diritti umani.

Il citato articolo recita: “Il matrimonio potrà essere concluso solo con il libero e pieno consenso dei futuri sposi”.

Il concetto è stato ribadito in sede Onu anche dalla Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) e dalla Convenzione sul consenso al matrimonio, l’età minima per il matrimonio e la registrazione dei matrimoni (CCM) adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 7 novembre 1962. Quest’ultima al punto 1 stabilisce: “Non verrà contratto legalmente alcun matrimonio senza il pieno e libero consenso dei partners”.

Il matrimonio imposto, inoltre, difficilmente può essere considerato una forma isolata di violenza: ad esso si ricorre sempre in famiglie dove vi sono molte altre limitazioni della libertà femminile.

Tahani e Ghada, entrambe 8 anni, con i rispettivi mariti a Hajjah, Yemen (foto di Stephanie Sinclair)

Tahani e Ghada, entrambe 8 anni, con i rispettivi mariti a Hajjah, Yemen (foto di Stephanie Sinclair)

Nel 1963, a pochi mesi dalla morte di Beppe Fenoglio, esce per Garzanti Un giorno di fuoco: si tratta di un’opera composita all’interno della quale ritroviamo il racconto La sposa bambina. Qui lo scrittore coniuga il radicamento nella propria terra, le Langhe, con la necessità di raccontare le storie del parentado che aveva sentito ripetere sin da bambino. In questo intenso racconto, straordinario per forza espressiva ed essenzialità nel linguaggio, sono presenti alcuni temi cari a Fenoglio; ad esempio la durezza del mondo di Langa e la donna come vittima.

Catinina si trovava, a tredici anni giusti, sotto l’ala del mercato a giocare, quando sua madre la chiamò a casa.

“Lasciami giocare ancora con queste due bilie!” le gridò Catinina, ma sua madre fece la mossa di avventarsi e Catinina andò, con ben più di due bilie nella tasca del grembiule.

A casa c’erano suo padre e sua sorella maggiore, tra i quali vennero a mettersi lei e sua madre, e così tutti insieme erano seduti di fronte a un vecchio che Catinina conosceva solo di vista, con baffi che gli coprivano la bocca e nei panni un cattivo odore un po’ come quello dell’acciugaio.

I genitori di Catinina stavano come sospesi davanti al vecchio, e Catinina cominciò a pensare che fosse venuto per farsi rendere ad ogni costo del denaro imprestato.

Invece il vecchio era venuto per chiedere la mano di Catinina per un suo nipote che aveva diciotto anni e già un commercio suo proprio.

Sua madre disse a Catinina : “E’ vero che sei contenta di sposare il nipote di questo signore?” Catinina scrollò le spalle e torse la testa. Sua madre ripetè: “E’ vero che sei contenta, Catinina? Ti faremo una bella veste nuova, se ti sposi.”Allora Catinina disse subito che lo sposava.

“Però la veste me la fate rossa” aggiunse Catinina.

“Ma rossa non può andare in chiesa e per sposalizio. Perché ti faremo una gran festa in chiesa. Avrai una veste bianca, oppure celeste.”

A Catinina la gran festa in chiesa diceva poco o niente, quella veste non rossa già le cambiava l’idea, per lo scoramento fece piombare una mano in tasca e fece suonare le bilie.

Allora la sorella maggiore disse che le avrebbero portato tanti confetti; a sentir questo Catinina disse di sì su tutto.

Si sposarono alla vicaria di Murazzano, neanche un mese dopo. Fecero al Leon d’Oro il pranzo di nozze, pagato dal vecchio, e dopo il vespro partirono. Lo sposo, che era padrone di mulo e carretto, doveva andare fino a Savona a caricare stracci, che era il suo commercio, e ne approfittava per fare il viaggio di nozze con Catinina.

Alla sposa venne da piangere quando, salita sul carretto, dominò di lassù tutta quella gente che rideva, ma le levò quel groppo un cartoccio di mentini che le offrì una donna.

(…)

(riadattato da Beppe Fenoglio, “La sposa bambina”, in Un giorno di fuoco, Einaudi, 1963)

Non parrebbe, questo racconto, tanto diverso da quello di Viswanathan Padma, dall’omonimo titolo La sposa bambina (2009, Edizioni Garzanti). Nonostante quest’ultimo sia ambientato nell’India di fine Ottocento, rispecchia anch’esso una situazione attuale e ampiamente dibattuta. Il romanzo parla infatti di una bambina costretta al matrimonio e dell’ amore incondizionato di una madre in bilico tra tradizione e modernità.

Quando riceve la proposta di matrimonio, Sivakami ha dieci anni. Non è nè alta nè bassa per la sua età, ma non crescerà di molto. Le spalle sono strette, eppure solide, come se le scapole si fossero saldate a proteggerle il cuore. Ostenta una sorta di attraente austerità: la schiena sempre dritta, impettita. Sembra in grado di sopportare grossi pesi.

(…)

La pratica dei matrimoni forzati, legata a tradizioni patriarcali che sono sopravvissute a lungo anche in Italia, è infatti ancora diffusa in alcune aree del continente asiatico (Pakistan, India, Bangladesh) nel Maghreb e nell’Africa subsahariana. Le vittime del matrimonio imposto, menzionato nei documenti Onu tra le violenze contro i diritti fondamentali di donne e bambine, sono le spose: giovani donne e adolescenti che, complici i flussi migratori, oggi vivono anche in Italia.

La costrizione al matrimonio ha sempre conseguenze drammatiche sulla vita di queste giovani donne: violenze fisiche e psicologiche, segregazione, stupri, scompensi psichici e della salute, sequestri e rimpatrio forzato nei paesi d’ origine, a volte persino la morte.

Dramma afghano. Tahani, 10 anni, nella casa in Afghanistan in cui vive con il marito 31enne. Sono sposati da 4 anni (S.Sinclair)

Dramma afghano. Tahani, 10 anni, nella casa in Afghanistan in cui vive con il marito 31enne. Sono sposati da 4 anni (S.Sinclair)

matrimonio forzato 2

Surita, 16 anni, guarda la strada che sale sulla collina di Kagati Village, in Nepal, dalla quale deve salire il suo sposo (S.Sinclair)

Etiopia: il matrimonio tra il sacerdote ortodosso Addisu, 23 anni, con la sua nuova sposa Destaye, 11 (S.Sinclair)

Per garantire il diritto delle donne a scegliere se contrarre matrimonio e con chi sposarsi, il Parlamento europeo ha previsto tre risoluzioni, garantite dall’articolo 15 CEDAW (la Convenzione delle Nazioni Unite per l’eliniazione delle discriminazioni contro le donne), dall’articolo 16 della Dichiarazione universale sui diritti umani e dall’articolo 12 CEDU (la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della donna). Inoltre, per proteggere le donne dalle violenze connesse all’imposizione del matrimonio, occorre attuare una strategia di prevenzione chiaramente indicata nelle risoluzioni del Consiglio d’europa 1723/2005 e nelle risoluzioni del Parlamento europeo 1468 del 2005, 2006/2010 e 1662 del 2009. Anche la Convenzione europea contro la violenza domestica dell’11 maggio del 2011 prevede azioni di prevenzione specifiche per il contrasto dei matrimoni forzati, tuttavia non è ancora stata ratificata dall’Italia. Quello che oggi le associazioni umanitarie si augurano per arginare questo problema, è l’estensione dell’articolo 18 del Testo Unico a tutela delle vittime di tratta anche per le donne costrette a matrimoni forzati. Nel frattempo si auspica anche che alle donne che chiedono protezione sprovviste di permesso di soggiorno autonomo venga rilasciato ugualmente un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ai sensi degli articoli 5 comma 6 e 19 comma 1 del testo unico sull’ immigrazione (decreto legislativo 286/98)”.

Anche in Italia dunque, contrariamente a quanto si pensi, il fenomeno dei matrimoni forzati è molto diffuso.

“Uno dei problemi principali è proprio il fatto che ancora non esistono delle stime ufficiali” spiega Tiziana Dal Pra, presidente dell’associazione Trama di Terre, che da anni si occupa di diritti umani e di violenza di genere. Proprio da Trama di Terre arriva l’indagine più recente, che si ferma al 2008 e raccoglie 33 testimonianze nella sola Emilia Romagna tra giovani marocchine, pakistane, indiane, più un’italiana.

In Italia oltre ad esserci un distacco netto con le comunità immigrate, vige un’informazione basata sul sensazionalismo, quindi gli unici casi desumibili dalla stampa sono quelli che hanno avuto un epilogo tragico.

Primo tra tutti, il caso italiano più rappresentativo è quello di Hina Saleem; una ragazza pakistana uccisa dal padre l’11 agosto 2006 a Sarezzo, nel bresciano, perché non si voleva conformare alle tradizioni della sua famiglia. La vita di questa ragazza è stata interrotta bruscamente a 20 anni perché conduceva una vita troppo occidentale e, a detta della madre, disdicevole.  La condanna di Hina deriva dal suo amore per Giuseppe Tempini, un ragazzo italiano e non musulmano, ma soprattutto dalla decisione di intraprendere con lui una convivenza. Questa decisione sovverte due dei precetti fondamentali dell’Islam: il divieto per una musulmana di sposare un non musulmano, un kafir, e l’impossibilità di convivenza tra un uomo e una donna per il divieto di commettere zina (rapporti sessuali pre-matrimoniali). Il fidanzamento, inoltre, sovvertiva la decisione paterna di un matrimonio combinato già organizzato. Hina fu attirata col pretesto della visita di un parente nella casa paterna e ad attenderla vi erano il padre insieme ad altri parenti maschi. In questa circostanza si è consumato il delitto nella totale impotenza di una ragazza che non solo aveva precedentemente denunciato, ma che era stata costretta a ritirare le denunce a causa del timore di subirne a sua volta per calunnia. Mentre Hina moriva a Sarezzo, sua madre e i fratelli erano in vacanza in Pakistan (viaggio che la ragazza si era rifiutata di fare per paura di dover contrarre matrimonio una volta giunta nel paese di origine).

La vicenda giudiziaria si è aperta poco dopo l’individuazione dei colpevoli ed il processo è stato al centro dell’attenzione mediatica e politica. La sentenza, nel novembre 2007, ha condannato a trent’ anni il padre di Hina e i due cognati per omicidio volontario premeditato aggravato da futili motivi e, a due anni e otto mesi lo zio per aver contribuito all’ occultamento del cadavere.

Hina Saleem, uccisa a 20 anni.

Hina Saleem, uccisa a 20 anni.

La vicenda di Hina Saleem ha scatenato numerose riflessioni sul grado di integrazione tra comunità immigrate e comunità locale. L’Imam di Torino, Abdellah Mechnoune, ha partecipato alle manifestazioni per chiedere giustizia per Hina e ha dichiarato che essa è stata vittima dell’ignoranza del padre, una persona chiusa e influenzata dagli insegnamenti di fanatici integralisti. Considerando l’intera vicenda nella sua crudezza però, la speranza dell’Imam si trasforma quasi in utopia. Due infatti sono i fattori da prendere in considerazione per comprendere quanto le convinzioni possano sopraffare la volontà di un individuo. Il primo è rappresentato dal fatto che il padre di Hina e i suoi cognati, dopo averle inferto più di venti coltellate, hanno deciso di seppellirla nell’orto di casa secondo la tradizione islamica. Il corpo, dopo essere stato lavato, è stato avvolto in un lenzuolo bianco e sepolto nella terra sul fianco destro, con il viso in direzione della Mecca. Hanno avuto rispetto per il corpo di Hina da morta, ma non da viva. Ciò che preoccupa maggiormente è che probabilmente pensavano di averne talmente tanto da arrogarsi il diritto di punirla per le “mancanze” da lei dimostrate.

Il secondo punto, strettamente correlato al primo, è la connivenza della madre nei confronti del marito. La signora Bushra Bakum ha infatti dichiarato, in seguito alla morte di Hina, che non avrebbe perdonato il marito ma che non era un uomo cattivo e che non aveva mai usato violenza contro la figlia, nonostante le denunce di quest’ultima, tutte ritirate prima di eventuali processi. Più che di “questione islamica” qui si tratta di “questione di genere”, altrimenti non esisterebbero paesi come Marocco o Tunisia in cui le donne hanno un’emancipazione del tutto superiore a donne come Hina che vivono in paesi in cui i loro diritti sono, anzi sarebbero, tutelati dalla Carta costituzionale.

La difficoltà legata alla trattazione di queste tematiche è dimostrata dalle ricerche condotte in Italia da Virginia Odoardi per scrivere la sua tesi Forced Marriage in Great Britain: a Culture Clash. Virginia ha appunto provato a dialogare con molte donne di religione musulmana per comprendere quale fosse lo stato effettivo della situazione italiana, ma nessuna di loro le ha dato risposte. È sconfortante, sostiene la Odoardi, rendersi conto come le paure blocchino queste donne.

Nel settembre del 2008, la Sen. Magda Negri (Partito Democratico) ha presentato un’interrogazione parlamentare, la n. 3-00198, sui matrimoni imposti, con particolare riferimento a fatti di cronaca, riguardanti giovani immigrate.

Il sottosegretario di Stato per l’Interno Davico, ha risposto richiamando le ricerche delle Nazioni Unite, secondo le quali ci sono 60 milioni di «spose bambine» nel mondo, e i dati forniti dall’Acmid-donna sui matrimoni svolti dalle comunità islamiche in Italia. Il 20% dei matrimoni celebrati sarebbe definibile come ‘forzato’.

Secondo quanto pubblicato dall’Acmid-donna (associazione delle donne marocchine in Italia attiva in tutela dei diritti di tutte le donne) «i matrimoni combinati si svolgono soprattutto in Pakistan, Iran Afghanistan e Yemen. Nel Maghreb si tratta di un fenomeno più marginale. In Italia i matrimoni combinati riguardano quell’immigrazione che è “rimasta indietro”».

 La tesi della Odoardi si conclude con questa interessante considerazione:

“È molto difficile ipotizzare previsioni sul futuro della situazione italiana rispetto agli eventuali casi di matrimoni forzati all’interno delle seconde generazioni. Allo stato attuale però, si prevede il fenomeno in crescita, anche se si è ancora in tempo per evitare un’esplosione epidemica. Sarà compito delle autorità locali e nazionali incentivare il dialogo e la comunicazione interculturale per evitare che un comportamento all’ occidentale di giovani donne diventi l’attenuante per esercitare violenza e coercizione. Il problema di genere, inoltre, è ampiamente posto in secondo piano rispetto al fantasma del fondamentalismo.”

Bibliografia:

- Virginia Odoardi, Forced Marriage in Great Britain: a culture clash.

(http://www.tramaditerre.org/tdt/docs/1941.pdf)

- National Geographic Italia, Giugno 2011 “Troppo giovani per dire sì”.

(http://www.nationalgeographic.it/dal-giornale/2011/05/31/foto/fotogalleria_spose_bambine-356651/1/#media)

- Associazione Trama di Terre, Centro Interculturale delle donne.

(http://www.tramaditerre.org/)

- Acmid Donna Onlus – Associazione Donne  Marocchine in Italia.

http://www.acmid-donna.it/acmid/

 

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