“Things that Death Cannot Destroy”, un lavoro di Linda Fregni

“Things that Death cannot Destroy”

Guardando al lavoro di Linda Fregni viene spontaneo viaggiare a ritroso nel tempo durante l’epoca vittoriana, quando venne costruito per la prima volta lo strumento scaturito dagli studi ottici illuministi settecenteschi, quegli studi positivisti dove la scienza venne messa temporaneamente al servizio dell’arte.

Il marchingegno si basava sulla scoperta della persistenza dell’immagine sulla retina, sul fatto che l’occhio umano fosse in grado di percepire il movimento se sottoposto allo scorrimento di immagini lievemente diverse, oltre che sul principio della camera oscura di Leonardo da Vinci.
Tale macchinario era la lanterna magica, la cui luce emanata permetteva di proiettare immagini impresse su vetro.
La sorpresa e il fascino esercitati da essa sugli spettatori vittoriani erano anche la conseguenza di un traguardo, ovvero l’attuazione di una prima logica narrativa visuale. Oggi questa logica narrativa visuale plasmata dalla lanterna riesce ancora ad essere magica, non essendo stata vittima di una dissipata suggestione né tanto meno di un’inflazione intellettuale che ne abbia svilito i contenuti.

Lo sa bene Linda Fregni Nagler, che di contenuti ne ha cercati e continua a trovarne molti, da presentare alla sua traduttrice simultanea, la lanterna, piccola camera in un’ immaginaria torre di Babele che rende possibile trasformare ogni piccolo linguaggio visivo in grandi spaccati d’umanità grazie alla luce.
Da sempre affascinata da alcuni “filoni” della fotografia anonima, da qualche anno a questa parte è nata in lei la curiosità per le immagini trovate, tutte di autori anonimi: una svolta nel suo lavoro che le ha permesso, giorno dopo giorno, arricchendo il suo romantico patrimonio d’immagini, di costruire un archivio attraverso canoni non accademici, arrivando a disporre di circa una migliaio di pezzi. A furia di raccogliere materiale ha pensato sia di riattivarlo cercando di destare stupore e ambiguità nello spettatore, il quale confrontandosi con esso non ha gli strumenti per collocarlo precisamente nella storia, sia di proporre una nuova consapevolezza sociologica del passato che diventa inscindibile dall’aspetto del quotidiano, spaccato altrettanto poetico della vita.

Questi singolari cimeli recuperati sovente su internet, (e-Bay), a volte possono far sorridere, sostiene sorridendo a sua volta l’artista, a volte possono invece portare alla nascita di nuove categorie da archiviare, come quella dei “personaggi umani assoluti”, i quali sarebbero caratterizzati da una piccola componente tragica e sarebbero dunque distinguibili dalle persone comuni che si possono incontrare più facilmente in altre figure. Le immagini provengono spesso dall’ambito della divulgazione scolastica e, sprovviste del nome del fotografo, sono invece dotate di una didascalia esaustiva composta a volte da appunti scritti direttamente sulla cornice del vetrino; alcune di queste descrizioni, essendo piuttosto bizzarre, inducono Linda ad acquistare immediatamente l’immagine. Alcune categorie poi, sono composte da repertori più ricchi rispetto ad altre, come per esempio quella relativa al “Giappone”, argomento di cui l’artista si era già occupata in passato, interessandosi in particolare alla fotografia giapponese del periodo Meiji, (1868-1912).

“Archiviare il mondo” significa anche indagare a livello antropologico processi cognitivi propri di un determinato periodo storico: nella categoria “Etn”, l’artista riscontra nell’originario intento esplicativo alle immagini una forte componente razzista, per esempio “Races of man” è il titolo di una fotografia con tre uomini dal volto peloso. Le categorie di Linda Fregni offrono un’ampia gamma di spunti, si può passare da immagini relative alla scoperta del polo Sud a scene di caccia, dall’Egitto al Giappone.
L ’accumulo diventa tributo alla fotografia, la stessa materia che l’artista insegna presso l’Accademia Carrara di Bergamo e di cui si occupa. Lo stesso accumulo, conseguente alla costante raccolta, riattiva la circolazione di materiali che altrimenti rimarrebbero bloccati in uno spazio angusto come quello di un cassetto di qualche mobile antico, confinati nella memoria di qualche stanco viaggiatore o dell’amico del misterioso fotografo, padre spirituale dell’immagine considerata.

Il materiale così raccolto viene selezionato quando si tratta di organizzare le immagini per una determinata proiezione attraverso una sorta di “memory” sul pavimento, grazie al quale si sviluppano giochi di associazioni visive e formali, cartine tornasole per la scelta dell’artista, che si concentrerà sugli accostamenti che più la sorprendono. A questo punto può avvenire la trasposizione nella lanterna.
Le immagini dal sapore contemporaneo, a volte a causa dei colori presenti, frutto di ridipinture successive, rimangono fedeli alle origini e all’ incanto dello strumento, che esercita su di esse una sorta di filtro temporale e allo stesso tempo atemporale, retaggio di epoca sette/ottocentesca, ma anche dimensione trascendente dove il tempo è secondario rispetto alla logica narrativa visuale.

Se poi la cernita di “diapositive magiche” effettuata dall’artista viene proposta al buio, dove la stanza perde i suoi confini geometrici che si rintracciano nuovamente solo nelle figure proiettate, ecco che l’occhio dipende dalla lanterna, da quella luce fioca che emanata richiede uno sforzo di concentrazione maggiore e porta ad accentuare il senso dell’udito nello spettatore. Egli, spinto dalla necessità di comprendere, è nutrito costantemente da una voce in perfetta madrelingua inglese che descrive le didascalie con la stessa attitudine scientifica con cui è stata costruita la lanterna. Tale commento litanico a supporto di ogni immagine è parte integrante del lavoro, rappresenta ciò che in quel dato momento era importante registrare per il fotografo e, secondo l’artista, riporta alla magia legata allo stupore ingenuo di chi sembra guardare ai soggetti per la prima volta. L’idea di far emergere le informazioni “inutili” del vernacolare e dell’anonimo è scaturita nel 2008, dopo che Linda assistette ad una proiezione di fotografie autochrome presso il Museo d’Orsay di Parigi, durante la quale vennero letti gli appunti che l’autore aveva lasciato sulla lastra fotografica.

Nel lavoro di Linda si ripropone intatta la componente d’intrattenimento ottocentesca legata al fascino del principio della dissolvenza e si affianca il valore aggiunto della sua proiezione che diventa l’archivio personale dell’artista, la sua stessa volontà. Things that Death Cannot Destroy è un neologismo figurativo, dove l’uso di una vecchia immagine all’interno di un nuovo contesto non più ottocentesco si arricchisce di un significato inedito.

Quando l’artista sente attribuire al momento legato alla proiezione delle immagini con la lanterna la definizione di “performance” cerca di chiarire le sue intenzioni specificando che non si tratta di una rappresentazione teatrale, quanto di una “teatralizzazione dell’immagine”.
“Le cose che la morte non può distruggere” sono paradossalmente esposte ad un criterio del degrado e sono fortunatamente sopravvissute: la fotografia su vetro è fragile e gli articoli collezionati da Linda Fregni sono originali del periodo ottocentesco.
L’approccio di quest’artista dona al suo operato un dinamismo eccezionale, un eclettismo scevro di ogni ridondanza che rende il suo lavoro più contemporaneo che mai: panta rei, tutto scorre e ritorna dal passato passando sotto la magica supervisione, sua e della lanterna.

Beatrice Secchi

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