Da Samia Gamal a Kesia Elwin: la danza dell’ombelico nel cinema degli ultimi sessant’anni

Da Samia Gamal a Kesia Elwin, la danza mediorientale è stata oggetto di attenzione da parte della cinematografia occidentale.

Un momento decisivo per l’espansione della danza del ventre in America fu nel 1893 quando venne presentata nel Midway Plaisance, all’Esposizione Mondiale di Chicago: un grande scandalo seguito da un successo incredibile. Gli spettatori si presentavano a ondate per assistere agli spettacoli, e la danzatrice più famosa, Fatima, meglio conosciuta come “Little Egypt”, diventò una leggenda. La danza si diffuse con il nome di “Hootchy – Kootchy”. In questo periodo la danza del ventre non fu esattamente riconosciuta come “arte”; la stessa “Little Egypt” dovette protestare per come fu usato il suo nome in alcuni spettacoli che affermavano di essere ispirati alla sua danza, ma erano in realtà più erotci e volti al recupero di una clientela prettamente maschile. La danza del ventre ebbe comunque una funzione liberatoria e terapeutica importante per la società occidentale, in un momento di transizione delicato, mentre usciva dalla puritana epoca vittoriana. Il corpo era in rivoluzione e la danza fu uno strumento di liberazione: le donne chiedevano il diritto al voto e, con il gusto sensuale della danza del ventre, reclamavano i loro corpi a una più naturale e fluida presenza.

E’ l’inizio dell’emancipazione femminile in una società permeata da rigidità. Come risultato, l’ansietà che provocò una danza così esuberante produsse un modello femminile contraddittorio:la donna fatale. Lei era la tentatrice, la vipera sensuale e pericolosa incarnata nel personaggio teatrale di Salomè, che ha nutrito molte distorsioni sulle intenzioni della danza del ventre esulle origini della danza del velo.

Ci penserà Salomè, (1953), sfarzosa produzione biblico-hollywoodiana della Columbia Pictures con regia di William Dieterle, a capovolgere il tradizionale ritratto perverso e incestuoso della giovane principessa, attribuendole un’immagine solare e positiva: Salomè danza per compiacere Erode, ma il suo scopo è quello di salvare il Battista e non di farlo decapitare; e, alla fine, dopo la fuga dal palazzo accompagnata da Claudio, la ritroviamo in abiti dimessi, a seguire con devozione le parole del Signore. La pellicola non si basa dunque sull’audace dramma fin de siècle di Oscar Wilde, bensì su un trattamento di Harry Kleiner e Jesse Lasky Jr. liberamente ispirato alla vicenda biblica.

L’interprete di Salomè è l’elegante Rita Hayworth, che esegue la danza dei sette veli al cospetto di Erode. La carenza di movimenti oscillatori nei fianchi da parte dell’attrice è sicuramente colmata dalla sua presenza scenica che emana luce ed emoziona lo spettatore.

Un’altra protagonista dei film hollywoodiani degli anni Quaranta, la famosa danzatrice egiziana Zaynab Ibrahim Mahfuz, in arte Samia Gamal (1924 – 1994), cominciò a danzare con un velo per migliorare il suo portamento in scena. Questa idea le era stata suggerita dalla sua maestra russa, la Ballerina Ivanova, che a sua volta sia era ispirata alle danze dell’Azerbaijan, nel Caucaso.

La leggendaria danzatrice venne indirizzata sin da giovane allo studio della danza classica e contemporanea, lavorando al Cairo e stringendo amicizia con un’altra star della danza mediorientale: Taheyya Karioka. Quando, nel 1949, venne proclamata danzatrice nazionale dal re d’Egitto Farouk, anche gli Stati Uniti d’America si interessarono al suo personaggio. Il cinema americano la accolse con furore quando si ritrovò a collaborare con attori quali Fernandel o Robert Taylor. L’artista, alla sua morte, lasciò in eredità ben più di ottanta film di produzione egiziana e straniera nei quali ricoprì il ruolo di protagonista.

In Ali Baba et les quarante voleurs, (1954), di Jacques Becker, la Gamal lavora con Fernandel, che interpreta Alì Baba; per donare maggiore realismo alla pellicola, il regista sfrutta gli scenari del Marocco meridionale per gli esterni.

Tahia Carioca esordì con la sua danza nel film egiziano The Shore of Love (1950), diretto da Barakat, mentre nel film Hamido (1953), interpretò il ruolo di una spacciatrice di droga che insieme alla zia gestiva un locale malfamato ad Alessandria d’Egitto; il secondo video è particolarmente interessante perchè è un raro filmato che ci permette di assistere alla grande maestria di Tahia nell’uso dei cimbali.

Nelle Legioni di Cleopatra (1959), uno dei quindici film europei restaurati per volere del progetto sostenuto dalla Comunione Europea, la direzione di Vittorio Cottafavi individua Linda Cristal nel ruolo di Cleopatra/Berenice. L’attrice argentina classe 1934 e vincitrice di due Golden Globe, è sì protagonista della scena, ma non grazie al dinamismo della Gamal e della Carioca, bensì ai suoi giochi di sguardi profondi e alle pose armoniose, intervallate da una “camminata” che ricorda più sfilate di moda che danze.

L’ impiego di scene di danza mediorientale nei  kolossal degli anni Cinquanta prosegue grazie all’impagabile interpretazione di Gina Lollobrigida in Solomon and Sheba (1959), produzione americana diretta da King Vidor; sguardo ammaliatore e gestualità diventano i mezzi per trasformare la danza in un linguaggio del corpo che esula dagli orientalismi e si concentra su movimenti secchi e ritmici delle braccia. La bellezza dell’attrice sposta l’attenzione dal contorno di danzatori a lei e a lei soltanto.

Col passare del tempo il cinema ha subito variazioni e modifiche, (come l’introduzione delle innovazioni tecnologiche per esempio), ma la danza del ventre ha conservato il suo sapore di arcana meraviglia che tanto ha affascinato l’Occidente.

Cous Cous, una pellicola del franco-tunisino Abdellatife Kechiche uscita nel 2007, ha segnato il successo della giovane attrice Hafsia Herzi e della scena in cui si esibisce in una danza del ventre incalzante e intensa che intrattiene gli ospiti per un tempo indefinito, dilatato perché denso di emozioni, all’interno del barcone adibito a ristorante dove il cous cous tardava ad essere servito a tavola. La sua interpretazione le ha permesso di vincere il premio Marcello Mastroianni a Venezia per la migliore giovane rivelazione.

“È stata dura. Per il mio primo film sono stata obbligata a ingrassare 15 chili. L’ho fatto perché avevo davanti un regista che credeva in me al 100%”.

La stessa attrice, Hafsia Herzi, nonostante non sia una danzatrice professionista, è stata nuovamente ingaggiata in un film dove danza e canto giocano un ruolo fondamentale: si tratta di La source des femmes (2011), diretto da Radu Mihaileanu, di produzione belga-italo-francese.

Nel 2007 Kesia Elwin interpreta il ruolo di Tamu in Last Minute Marocco, un film italiano diretto da Francesco Falaschi. La danzatrice-attrice residente in Italia e nativa di Puerto Rico, ha studiato danza del ventre con i migliori insegnanti egiziani contemporanei, Flamenco e danza indiana, aggiudicandosi nel 2004 un posto nella tournèe del famoso gruppo di danzatrici di Miles Copeland: le Bellydance Superstars.

Nel film Sergio (Valerio Mastandrea) rimane affascinato dalla bellezza di Tamu (Kesia Elwin) e rapito dalla naturale sensualità della sua danza.

La danza dell’ombelico, nel cinema, non sarà interessata dal fenomeno della moda: l’orientalismo ha radici lontane nel tempo e ben radicate. Piuttosto aiuterà a revocare un affascinante alveo di immagini e sensazioni da mille e una notte nella mente dello spettatore. Che siano attrici egiziane, algerine, marocchine, americane o europee, le interpreti della danza mediorientale immortalate dalla videocamera ci hanno trasmesso e ci continueranno a trasmettere emozioni impagabili.

Beatrice Secchi

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