Danza del Ventre e Tribal Fusion: i nuovi corsi Americana Exotica 2013

Ce n’è per tutti i gusti: quest’anno a.s.d. Americana Exotica propone nuovi corsi tra cui danza del ventre con Claudia Pippo, per chi ama la disciplina esotica classica e vuole apprenderne dettagliatamente la tecnica, divertendosi e rilassandosi tra ritmi concitati e atmosfere da mille e una notte; con Claudia si affronterà la tecnica della danza del ventre, applicata a sequenze ritmiche e a coreografie.
Per chi ama invece sonorità più contemporanee e un lavoro più eclettico c’è la Tribal Fusion con Beatrice Secchi, che prevede un riscaldamento tonificante a terra legato allo Yoga, un’approfondita conoscenza delle isolazioni e dell’utilizzo della muscolatura: come controllarla, contrarla e decontrarla al fine di ottenere effetti spettacolari. Anche qui sequenze e coreografie permetteranno alle partecipanti di destreggiarsi e di apprendere al meglio la tecnica.

Diritti e libertà degli omosessuali nella Dancehall, il passo dell’Associazione J-Flag

Per la J-Flag, associazione che difende i diritti e la libertà degli omosessuali in Giamaica, la demonizzazione continua di alcuni artisti giamaicani è sbagliata. Quest’ organizzazione decide dunque di dare un appoggio a quegli artisti che hanno dimostrato di non registrare più pezzi che incitano all’odio e alla violenza contro gli omosessuali; si offre come mediatore tra gli artisti stessi e le altre associazioni sparse per il mondo; il messaggio è chiaro: prima di intraprendere qualsiasi azione di boicottaggio, le associazioni dovrebbero contattare J-Flag per capire se l’artista in questione stia ancora attivamente producendo “murder-music”.

Purtroppo, alcuni testi musicali di artisti famosi sulla scena Dancehall hanno manifestato forti sentimenti omofobici. E’ il caso della canzone Boom Bye Bye (1992) dell’artista Buju Banton (Mark Anthony Myrie, nato il 15 Luglio 1973);


Riporto qui il testo di questa canzone:

BOOM BYE BYE
Boom bye bye
inna batty bwoy head
rude bwoy no promote no nasty man
dem haffi dead
send fi di matic an
di uzi instead
shoot them no come if we shot them
guy come near we
then his skin must peel
burn him up bad like an old tyre wheel

TRADUZIONE:
Boom [=colpo di pistola] a non rivederci mai più [=muori]
in testa al “frocio”.
I duri non promuovono i “froci”.
Devono morire.
Mandali a morire sotto il fuoco della pistola automatica e
dell’uzi invece [l’uzi è una pistola a baionetta].
Sparagli, e non venire ad aiutarli se gli spariamo addosso.
Se un uomo ci prova con me,
allora la sua pelle deve bruciare [con l’acido].
Brucialo brutalmente, come se fosse un vecchio copertone.

Boom Bye Bye incita all’esecuzione di gay e lesbiche, ad esempio sparando loro alla testa, versando loro addosso dell’acido, dando loro fuoco e bruciandoli/e come vecchi copertoni d’auto. I fan di Buju Banton lo difendono spesso sostenendo che si tratta di una vecchia canzone che l’artista non esegue più in pubblico da diversi anni. Come è noto invece, Buju ha eseguito il brano in occasione della sua esibizione al festival Smirnoff 96 a Negril (Giamaica), domenica 8 agosto 2004. Il 19 gennaio 2006 Buju Banton è stato assolto dall’accusa di aver partecipato a un’aggressione omofoba verificatasi a Kingston il 24 giugno 2004.

Vedi anche:

Vergogna su Buju http://www.vibesonline.net/news/various/vergognabuju.html

L’assoluzione di Buju Banton e la giustizia in Giamaica http://www.vibesonline.net/news/various/assoluzione.html

Al 19 agosto 2004 risale il Comunicato di Amnesty International, a cura di Susan Lee, (Responsabile della programmazione per le Americhe, Segretariato Internazionale, AI Londra): «Possiamo confermare che Amnesty International ha ricevuto informazioni da stimabili organizzazioni nazionali ed internazionali per la difesa dei diritti umani. In queste denunce si afferma che il 24 giugno 2004 sei uomini sono stati scaraventati fuori dalla loro casa e sono stati picchiati da un gruppo di uomini armati, e che tra i presunti assalitori c’era anche Buju Banton (Mark Anthony Myrie). Quest’attacco è stato evidentemente motivato dall’odio per gli omosessuali: le vittime hanno dichiarato che sia prima che durante l’aggressione gli assalitori li hanno chiamati “battymen” (nel patwa giamaicano, termine offensivo per “omosessuali”). Alcune delle vittime sono state intervistate da un ricercatore di Human Rights Watch che si trovava in Giamaica in quel momento. Inoltre le vittime hanno denunciato l’aggressione alla stazione di polizia di Constant Spring il 25 giugno 2004».

Un altro caso di testo omofobico, legato per altro ad una canzone dancehall molto diffusa a livello internazionale, è quello di Log On (2001), dell’ artista Elephant Man (O’Neil Bryan, nato l’ 11 settembre 1975);

Riporto qui il testo della canzone:

LOG ON
Log on and step pon chi chi man
Dance wi a dance and a bun out a freaky man
Step pon him like a old cloth
A dance wi a dance and a crush out a bingi man
Do di walk, mek mi see the light and di torch dem fast

TRADUZIONE
Log on e calpesta un “frocio”
[il log on è un passo di danza in cui si muove il piede destro come per schiacciare un insetto]
Unisciti alla nostra danza e bruciamo il “frocio”
Calpestiamolo come uno straccio vecchio
Unisciti alla nostra danza e bruciamo il frocio
Fai il passo e fammi vedere l’accendino e la fiamma

Sarà difficile per me, in tutta onestà, continuare ad eseguire il Log On senza pensare a queste reminiscenze. Tuttavia, credo che il significato attuale della danza sia scevro d’ogni qualsivoglia sentimento d’odio, e anzi, la maggior parte dei ballerini lo eseguano secondo un sentimento di festa senza pensare all’ambiguo retroscena. Sarebbe comunque doveroso divulgare il significato primordiale dello step, alla luce della prepotenza e della gravità di questo scorretto messaggio di odio verso gli omosessuali.

Fortunatamente, nel corso del tempo, artisti come Beenie Man, hanno rivisto le loro posizioni sull’argomento e rilasciato interviste come quella riportata qui sotto. C”è sempre speranza dunque, che la violenza si tramuti in tolleranza.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata da artiste come Tanya Stephens, artista giamaicana intervistata nel 2007 a cura di Attica Blues, Radio Onda Rossa. Le è stato domandato il motivo del brano Do you still care (dall’ album Rebelution,2006): per la prima volta infatti, un’artista giamaicana ha parlato così esplicitamente dell’omofobia, paragonandola ad ogni altra forma di razzismo.

«Sentivo il bisogno di scrivere una canzone sull’ argomento, perché sono giamaicana e, sfortunatamente, qualunque artista giamaicano si ritrova cucito addosso lo stigma che è stato creato dagli artisti giamaicani stessi. E visto che questi artisti, per affermare sé stessi, finiscono per creare un’immagine negativa di ognuno di noi, ho sentito il bisogno di spiegare che loro non rappresentano tutta la Giamaica. Non sono d’accordo con nessun punto di vista che possa essere in qualche modo offensivo o dispregiativo nei confronti di qualsiasi gruppo di persone, e non ho bisogno di avere qualcosa in comune con un singolo gruppo, per poter imparare a rispettare coloro che ne fanno parte e tutte le loro differenze. Questo è il principio in base al quale io vivo la mia vita e suggerisco ad ognun@ di vivere la propria. Perciò dovevo scrivere questa canzone, anche perché fa parte della mia vita e del mio lavoro: quello che dico fa parte del mio impegno per cambiare il sistema in cui viviamo. Ed è un lavoro duro quello di mostrare la strada con le nostre parole, ma ci sono tante cose che possiamo cambiare. Ci vogliono troppe energie per far cambiare a qualcun@ le proprie scelte personali [le preferenze sessuali], ed è solo una perdita di tempo. Sono altre le cose per cui vale la pena di lottare, e io dovevo raccontare questa cosa, perché avevo davvero qualcosa da dire».

Le è stato domandato inoltre, che tipo di reazione ha avuto il pubblico giamaicano al testo della sua canzone:

«Ho avuto sempre reazioni positive. Ad un certo punto mi sembrava davvero di aver colpito i cuori della gente. Perché la verità è che nel mondo la gente si è fatta davvero un’idea sbagliata della Giamaica, che è terrificante: pensano che la Giamaica sia un paese omofobico, pensano che in Giamaica la gente sia tutta violenta e aggressiva, senza nessuna ragione, ma non è così. Sì, è vero, c’è la criminalità in Giamaica, ma c’è ovunque nel mondo. Sì, c’è la violenza in Giamaica, ma questo non vuol dire che non ci sia niente di positivo. Il popolo giamaicano è composto da gente di tutti i tipi: c’è una comunità gay molto numerosa, c’è gente di ogni razza, di ogni cultura, di ogni nazione, di ogni religione o credenza.   Non scelgo i miei amici in base alle loro preferenze sessuali  e non considero le scelte sessuali come una questione di cui discutere:ci sono molte cose più importanti per cui lottare. Ma lasciami dire una cosa: la Giamaica non è come la rappresentano».

Molto importanti dunque le parole della Stephens.

Concludo l’articolo con un documentario sull’Omofobia in Giamaica, utile per la sensibilizzazione di ogni appassionato di questa cultura, che voglia scavare più a fondo su tali aspetti controversi e alquanto dibattuti.

Workshop con Crazy Hype & Laure Courtellmont: prima parte

7/8 Dicembre, Modena. Due giornate all’insegna del ballo, della cultura e di un’esperienza unica: l’incontro con il ballerino giamaicano Crazy Hype. L’evento, organizzato dalla Cruisin’, ha visto dunque la presenza di due ballerini d’eccezione, coinvolgendo a fianco dell’artista giamaicano la ballerina francese Laure Courtellemont .

La cultura giamaicana che ruota attorno alla Dancehall non è facilmente accessibile, e rappresenta il presupposto per una corretta interpretazione sia della danza stessa che dello stile di vita di questa generazione. Crazy Hype ha spiegato di appartenere alla terza generazione Dancehall, gettando luce sul fatto che si tratti di un fenomeno recente ma che abbia delle radici profonde.

Il dialogo con il ballerino è stato fondamentale per chiarire definitivamente molti aspetti della danza, interpretati spesso liberamente in mancanza di una spiegazione valida. Laure Courtellemont ha sottolineato più volte il motivo del soggiorno prima francese e poi italiano d di Crazy Hype: “dire la verità sulla dancehall, perchè lui stesso è dancehall“. Finalmente appare chiaro il motivo per cui spesso venga definito “life style“, e non solo danza. “Vi ho portato il migliore, per dire finalmente la verità“.

La sete di conoscenza e l’atteggiamento di profondo rispetto per il ballerino hanno scandito le due giornate, durante le quali Laure, con grande impegno, ha tradotto simultaneamente le parole di Crazy Hype durante le spiegazioni.

Sarebbe interessante inserire qui l’aneddoto dell’incontro tra Crazy Hype e Laure Courtellemont. Il ballerino si trovava in Russia per sostenere uno stage, nello stesso Kemp dove era presente anche Laure. Ha raccontato di averla vista danzare in quella circostanza e non poteva credere ai propri occhi, perchè non aveva mai visto, nella sua vita, una donna ballare così bene. La luce nel suo sguardo era ancora viva al momento del racconto, così concitato e partecipe. Ha raccontato di aver addirittura chiamato altri amici a guardarla e che alla fine della sua danza le ha detto quello che pensava di lei, con la conseguenza che anche Laure si è emozionata. Da lì è nato un grande sodalizio, una forte amicizia e, successivamente, l’estate scorsa, Laure si è recata in Giamaica, dove è stata accolta da Crazy Hype in persona, avendo la possibilità di vedere cose importantissime nell’alveo della cultura giamaicana, come ad esempio posti dove ha vissuto il grande ballerino Bogle.

Crazy Hype e Laure Courtellemont

Prima di entrare nel vivo della questione, mi sembra interessante, per permettere a tutti di conoscere Crazy Hype, leggere una sua breve presentazione:

I am a very fun loving person who take alot of pride in myself and what I do,I am also a family person who believe in the most high. I am the leader and founder of mob dance group along with Sri Lanka, who team up with me after we part ways with our former group. In 2007 we created dance moves like calm dem down, sri lanka, black president, baraka medz, craab dem up, rock steady, above the cloudz, and rifical just to name a few. In the same year 2007 we won the jcdc world reggae dance championship which was like the starting of our journey of success we have perform on some big stages like sean kingston super sweet 18 birthday party,sting with future fambo and the jamaica grand gwalla just 2 name a few; in the same breath i have perform on shows in the US,Grand Cayman,England and Japan. I learn from the best which is Mr. Wacky thats y i am the best.

Crazy Hype

Forse la prima osservazione da fare è proprio la forte affinità tra Crazy Hype e Bogle (Mr. Wacky, Father Bogle), il grande ballerino giamaicano morto nel 2005 cui Crazy Hype sarà grato per tutta la vita e considera l’unica ragione dell’esistenza della Dancehall odierna. Lui è stato fonte d’ispirazione e maestro per tutte le generazioni successive e ha rappresentato la danza giamaicana sulla scena internazionale. Crazy Hype ha potuto conoscerlo personalmente durante una dancehall session, in occasione della quale è stato addirittura nominato membro della sua crew: i Black Roses. Bogle ha visto Crazy Hype danzare, si è avvicinato e gli ha detto: “Tu fai parte dei Black Roses”. L’emozione e l’onore dipinti sul volto del giovane ballerino mentre racconta l’episodio è veramente toccante.

Una ragazza ha chiesto a Crazy cosa ne pensasse di essere considerato come “New Bogle”. L’artista è onorato di essere considerato come sostenitore, portatore, memore, rinnovatore, della danza di Bogle; è consapevole che Bogle vivrà per sempre dentro di lui e desidererebbe che questo spirito di “conservazione” passasse anche alle generazioni future.

Bogle era una persona meravigliosa, come Crazy racconta, dal temperamento umile e cordiale; usava chiamare le donne “chiquita” e creava degli sleng che inseriva nel suo modo di esprimersi; ha inoltre permesso a cantanti come Elephant Man o Beenie Man di diventare famosi grazie alle canzoni prodotte sulle sue danze. Attorno alla sua persona aleggia un’aurea quasi sacrale, da indurre Crazy Hype a dichiarare che Bogle prima della sua morte aveva elaborato una serie di sleng più vicini alla tematica del crimine e della violenza, come a significare che quasi sentisse l’imminenza del drammatico evento. Dopo la sua morte la comunità dancehall si è fermata per ben tre mesi.

Durante la conferenza qualcuno ha chiesto a Crazy il motivo di quest’omicidio:”Non si sa con precisione, ma era diventato troppo grande“, questa la risposta commovente.

Crazy Hype spiega che la sua crew, M.O.B., mantiene l’impronta di Bogle, un’impronta old school, ma allo stesso tempo è innovatrice poichè propone nuovi format nell’esecuzione delle routine, avvicinandosi appunto alla “coreografia”. E qui entra in gioco il concetto di Routine, determinante nel tracciare le differenze tra la danza Dancehall vera e propria e il Ragga jam, la danza dei sogni di Laure Courtellemont.

Nel video sottostante una coreografia degli M.O.B.

La danza giamaicana non prevede coreografie nella maniera in cui le intendiamo noi, e se possono apparire tali sono comunque legate ad una sequenzialità di passi, steps, danze; proprio queste ultime sono quelle inventate dai giamaicani e sono il cardine della Routine. Una Routine di steps dunque, all’interno della quale i giamaicani si propongono spesso in gruppo, ma come ha chiarito Crazy Hype non necessariamente. E’ sicuramente corretto pensare che la massima espressione della dancehall avvenga in un contesto corale di festa come il party oppure lungo una strada in un contesto urbano; tuttavia la dancehall può sicuramente essere svolta anche dal singolo individuo, il singolo ballerino che danza in free style o esegue una routine.

Qui sotto ho riportato il video di una routine della crew M.O.B.

Ritroviamo tutti gli elementi che caratterizzano la danza giamaicana: coralità, situazione urbana (senza pretese, lungo la strada), condivisione da parte dei ballerini dello step; in questo caso la canzone  “chiama” lo step, ma non è una costante: esistono dancing tunes (canzoni che richiamano i passi di danza) e musiche dancehall con testi diversi.

Nel Ragga Jam invece, secondo la modalità propria di Laure, sono previste coreografie ricche e dinamiche che vengono create sia sulla base del riddim (la base musicale nella dancehall) che sulla voce del cantante. Il risultato è un’interpretazione personale della canzone che fa uso degli steps della dancehall. “Noi vi forniamo gli steps, e voi li utilizzate per le coreografie“, così sorride Crazy Hype mentre sottolinea questa nota di carattere tecnico.

E’ stata comunque stupefacente la libertà con cui Crazy ha affrontato l’argomento della creazione degli steps: quando gli è stato domandato cosa ne pensasse del fatto che ballerini non giamaicani inventassero le “danze”, ha risposto infatti che è felice; felice che le persone sentano di potersi avvicinare a questa danza e di poter dire quello che sentono, anche attraverso l’interpretazione personale.

Libertà di espressione dunque, anche per quanto riguarda i cantanti non giamaicani che si apprestano a produrre musica dancehall.

Libertà di espressione dunque … E di pensiero?

Per rispondere a questa domanda c’è bisogno di introdurre un’altra domanda che è stata sollevata durante l’incontro: come fare ad abbracciare la cultura dancehall se non si accettano alcune componenti culturali quali la violenza e l’omofobia?

Anche qui Crazy Hype è stato tollerante sostenendo che la persona che abbraccia la cultura dancehall è libera di scegliere quello che ritiene opportuno, e che questi aspetti che anch’egli considera negativi sono solo alcuni, cui fanno da contrappeso altrettanti aspetti positivi portatori di tutt’altro tipo di messaggio.

Uno degli aspetti aggressivi facenti parte della mentalità gangsta, sicuramente determinato dalla dura vita del ghetto, è sintetizzato in una delle canzoni utilizzate durante la lezione. “Shelly Christmas” non è altro che un Natale dove sono presenti spari. Spirito tutt’altro che natalizio oserei dire.

Tra un argomento e l’altro viene esaminata la differenza di attitudine tra uomini e donne all’interno di questa danza. Perchè, si chiedono molti, le donne giamaicane non fanno la stessa danza degli uomini? Perchè i loro movimenti sono così vicino alla sessualità?

La risposta è stata molto chiara: il sesso è una parte fondamentale della cultura dancehall, è la forza motrice che spinge le donne a danzare in questo modo sulla musica. E’ solamente un aspetto culturale e, come tale, deve essere scevro di pregiudizi. “Go hard or go home”, questa la frase che ha riportato Crazy per far capire quale sia lo spirito di queste donne durante i party, nel life style dancehall. “Durante i party puoi vedere una donna che si arrampica da qualche parte sulle pareti della sala e,saltando, con grande agilità, atterra in spaccata, ma lei è in grado di fare questo perchè si esercita!”.

Questa è solo una nota introduttiva, una selezione delle informazioni reperite durante l’workshop con Crazy Hype e Laure Courtellemont,  che aiutano a dare un’idea rispetto all’articolata cultura dancehall.

A breve il prossimo articolo sulla storia della musica! Dalla Ska fino ad arrivare alla Dancehall più recente.

Water: un dialogo al femminile tra regista e scrittrice

Cosa accade ad una donna che resta vedova nelle sfere più tradizionaliste della comunità hindu?

La donna ha tre possibilità:

farsi bruciare sulla pira assieme al marito, sposare il fratello del marito defunto, chiudersi in un ashram per il resto della vita.

In Acqua (Bapsi Sidhwa , Edizioni Neri Pozza, 2006), la scrittrice racconta la vita delle vedove in India, le quali, secondo la tradizione braminica, sono costrette a rinunciare al loro ruolo sociale in quanto incapaci di servire i loro mariti.

Bapsi Sidhwa, (fotografia tratta da http://www.bapsisidhwa.com/photos.html)

Siamo nel 1938 in India, presso Rawalpur.

Una barca bassa, dal fondo piatto, sta accostandosi a una riva del Gange. Sul natante sono pigiate alcune persone dai volti affranti che, dopo un lungo viaggio nella giungla si sono imbarcate per accompagnare un feretro ai ghat, ai luoghi dove sorgono le pire per la cremazione, secondo la religione induista. È questo il funerale di Hia Lal, uomo di mezza età morto di febbri tifoidi, e tra i parenti più stretti figura anche Chuya, di appena otto anni, una bambina vivace, irrequieta, con gli occhi sgranti di stupore e di meraviglia. Eppure tutti, meno lei, sanno che l’attende una grave sventura, giacché, in quella tenerissima età, è già una povera vedova. Chuyha, infatti, aveva conosciuto anni addietro lo sfarzo e le gioie della cerimonia nuziale, fatta di sari colorati secondo principi ritualistici, di collane e di bracciali sacri, pegno di fedeltà eterna a un marito di cui non sapeva nulla. Una celebrazione durata pochi giorni, che l’aveva vista poi tornare alla propria casa, accanto agli amorosi genitori, in attesa di raggiungere la maggiore età ed essere “consegnata” a quel marito sconosciuto e molto anziano. Ma quello che per lei era stato soltanto un “incomprensibile” episodio di nozze («qualcosa che dopo due anni non ricordava nemmeno più») ora è destinato a trasformarsi in una tragedia. E ben se ne accorge quando, dopo il rogo  di Hira Lal, la suocera le spezza con odio i bracciali, la denuda e la obbliga a indossare il sari bianco delle reiette, delle vedove che nell’India braminica non hanno più alcun diritto.

Dopo questa completa spoliazione la bambina verrà condotta in uno dei famigerati ashram: sorta di monasteri femminili che accolgono, per una vita di povertà e di dipendenza Caratterizzata dal taglio rituale dei capelli, le donne che, subendo i guasti della vedovanza, hanno perso la loro funzione nella società, quella cioè di «fare figli e di servire il marito» mantenendo invece una potenzialità sessuale troppo pericolosa per la moralità comune.

La storia di Chuya e della dura presa di coscienza di una consuetudine che, dopo secoli di discriminazioni, verrà almeno ufficialmente abolita di lì ad alcuni anni con un’apposita – contrastatissima – legge voluta dal Mahatma Gandhi, è narrata con fermezza e soavità da Bapsi Sidhwa in Acqua, romanzo che denuncia una delle più feroci discriminazioni indiane nei confronti della donna.

Sidhwa è una scrittrice pakistana, nata a Karachi, trasferitasi dapprima a Lahore e poi negli Stati Uniti. Tra i suoi romanzi più belli (tutti pubblicati da Neri Pozza) ricordiamo La Spartizione del cuoreIl talento dei Parsi e La sposa pakistana.

Chuya diviene l’emblema di un possibile riscatto, al contrario della bellissima giovane amica Kalyani, a cui viene concessa la ricrescita dei capelli solo per indirizzarla alla prostituzione al fine di provvedere al mantenimento dell’intiero ashram.

Acqua è un raro caso di riscrittura di un omonimo testo filmico della regista indo-canadese Deepa Metha, girato con grandi difficoltà nell’India di oggi. Il romanzo di Sidhwa, che lo ha scritto su richiesta di Metha, ha confermato la grande bellezza della vicenda e la straordinaria capacità narrativa dell’autrice.

La regista Deepa Mehta. Photo by Devyani Saltzman

 

Intervista di Valentina Acava Mmka a Bapsi Sidhwa

Il ghetto delle vedove indiane: perdere il marito e la dignità

Stilos, 9 gennaio 2007

La stesura di Acqua nasce dalla proposta di scrivere un romanzo sulla sceneggiatura del film di Deepa Metha. Cosa ha rappresentato per te scrivere su commissione ed entro un tempo determinato? Dove finisce la limitazione e comincia la libertà di creare un nuovo lavoro?

Quando Deepa mi inviò la sceneggiatura del suo film Water e mi chiese di scriverci su un romanzo in tre mesi, in un primo momento esitai. Tuttavia riuscì a persuadermi chiedendomi di provarci. Ho guardato il film diverse volte. Avevo una certa difficoltà ad iniziare la stesura del romanzo fino a quando non mi sono resa conto che in fondo Chuyia assomigliava a Lenny, la bambina de La spartizione del cuore. Ho scritto un prologo sugli eventi della vita di Chuyia prima del racconto vero e proprio: questo è stato un modo per fare mia la storia. Creare un nuovo inizio mi ha dato la libertà di creare lo sfondo narrativo delle vedove, di caratterizzare le motivazioni, di aggiungere più dialoghi e colpi di scena oltre che personaggi nuovi. Ho fatto ricerche sulle leggi religiose che regolano la vita di molte vedove hindu e le ho descritte. Ci sono poi cose che nel tempo di un film non possono essere descritte e che invece trovano spazio nel romanzo. Ho impiegato quattro mesi a scriverlo e se devo essere sincera penso di non avere mai lavorato cosi duramente, ma è stata una esperienza nuova ed esaltante.

Chuyia. Foto di Devyani Saltzman. Scena tratta dal film "Water"

I precetti hindu leggono nella vedovanza la punizione per i peccati commessi in una vita passata. Quanto questa tradizione è ancora praticata nell’India di oggi? E tra quali classi sociali? 

La credenza che il karma della vedova sia la causa della morte del marito riguarda generalmente le vedove hindu di alta casta. È una credenza ancora molto presente nell’India centro – settentrionale e nel Bengala rurale. Il Sud del paese è meno tradizionalista in questo senso.

Nell’ashram Chuyia (protagonista del libro) viene proiettata in un mondo che non conosce: incontra le altre vedove, donne diverse con esperienze diverse alle spalle il cui stato di vedovanza ha annullato tutte le distinzioni di classe: la irosa direttrice dell’ashram, Madhumati, la severa e protettiva Shakuntala, unica capace di tenere testa a Madhumati, la dolce Bua e la bellissima Kalyani che le diventa amica. Kalyani è l’unica in tutto l’ashram ad avere i capelli lunghi, infatti fa la prostituta: il suo ruolo è ambiguo e anche se disprezzata vive un po’ da privilegiata. Il suo ruolo era accettato solo in funzione del fatto che sosteneva economicamente la vita dell’ashram

Certamente. Madhumati le concede alcuni privilegi come l’avere una stanza ampia e ariosa nella parte alta dell’ashram, solo ed unicamente perché Kalyani sostiene l’ashram con i soldi guadagnati prostituendosi. Le vedove, infatti, vivono di elemosina e questo non è sufficiente a sostenere tutte le spese. Per il resto le altre vedove considerano Kalyani un’impura, tanto da non mangiare neppure assieme a lei.

Chuyia e Kalyani;scena tratta dal film "Water"

In Acqua si parla anche di amore: Kalyani conosce un giovane sostenitore di Gandhi, Narayan, che dopo averla vista più volte al fiume in compagnia di Chuyia le chiede di sposarlo. Lei accetta, vedendo in questa proposta la possibilità di cambiare vita e liberarsi dall’oppressione della tradizione. Tuttavia quando arriva il giorno di andare a conoscere la famiglia del suo promesso, a mano a mano che si avvicina alla casa dei suoi genitori, si fa ricondurre di colpo indietro. Kalyani, infatti, riconosce nella casa di Narayan quella di uno dei suoi clienti. Il giovane non comprende la reazione della ragazza che gli dice di chiedere spiegazioni a suo padre. Ora Kalyani non può tornare più all’ashram e non può più sposare Narayan e così sceglie di togliersi la vita. Quando Narayan la cerca è troppo tardi. È possibile che Kalyani non avesse altra scelta?

Date le circostanze e l’influenza di una tradizione rigida, Kalyani non aveva altra scelta. Se fosse tornata all’ashram avrebbe dovuto continuare a prostituirsi e, dopo quanto accaduto, non ce l’avrebbe più fatta a vivere in quel modo. Se avesse sposato Narayan, avrebbe portato disonore e disgrazia a lui e alla sua famiglia. Inoltre non avrebbe potuto guardare in faccia i suoi genitori e parenti compromettendo i loro rapporti con Narayan.

Kalyani e Narayan; scena tratta dal film "Water"

La morte di Kalyani può essere letta anche come la salvezza di Chuyia. Nel momento in cui quest’ultima viene scelta da Madhumati per sostituire Kalyani nel ruolo di prostituta, Shakunthala, guidata dalle parole di Gandhi, «La verità è Dio», che risvegliano in lei un profondo istinto di protezione e giustizia, porta la vedova bambina da Narayan perché la salvi dal suo crudele destino. Qui la morte e l’amore sono legate inscindibilmente da una presa inscindibile. È un tema molto visitato dalla letteratura indiana. 

Sì, anche se non lo considererei un topos prettamente indiano. L’amore, la morte, gli ostacoli, le emozioni forti come la compassione sono parte del destino dell’uomo e costituiscono una forte componente narrativa di tutta la letteratura.

Chuiya, scena tratta dal film "Water"

Il romanzo è ambientato nell’India del 1938. È il periodo in cui le idee rivoluzionarie di Gandhi cominciano ad affermarsi e a scuotere le istituzioni tradizionali indiane. Quanto di Gandhi e del suo spirito sopravvive ancora nell’India contemporanea, tra i giovani che guardano ad una società diversa?

Le dottrine di Gandhi sono rispettate da persone di tutte le fedi, anche se non sempre vengono seguite. I suoi sforzi di migliorare la condizione degli «intoccabili» ha portato ad una maggiore tolleranza e ad un trattamento più umano nei loro confronti. Gandhi aveva cambiato il loro nome in «Harijans« (i figli di Dio), oggi infatti hanno dei posti riservati nelle scuole e godono di qualche potere politico. Ha anche cercato di liberare la società dai pregiudizi contro le vedove e da altre ingiustizie. I pregiudizi oggi restano, ma la situazione è migliorata. Ogni bambino e ragazzo in India impara qualcosa della vita di Gandhi e del suo credo e sono certa che continuerà ad ispirare i ragazzi non solo in India ma in altre parti del mondo.

Mohandas Karamchand Gandhi (2 October 1869 - 30 January 1948)

La storia di Chuyia e Kalyani è rappresentativa della religione hindu, tuttavia è alquanto diffusa tra le altre religioni una vena fondamentalista che opprime la donna un po’ come avviene nel tuo romanzo.Qual è la risposta a queste tradizioni repressive? 

La maggior parte delle religioni si fondano su un sistema patriarcale e l’oppressione delle donne è prevista dalla loro stessa struttura perché essa fa comodo agli uomini. L’istruzione e l’opportunità di un’indipendenza economica cui essa porta fornisce la risposta alle donne che sono così in grado di rompere con le tradizioni repressive. Molti paesi hanno approvato leggi per proteggere il diritto di una donna ad ereditare e ottenere alimenti per sé e i figli in caso di divorzio. L’indipendenza economica è la chiave di svolta da cui dipende la liberazione delle donne dalle tradizioni integraliste che ne opprimono la libera scelta.

Mother Meera's School in India

È giusto dire che la religione, per essere praticata, deve modificare i suoi precetti conformemente ai cambiamenti del tempo?

Assolutamente, sono perfettamente d’accordo con quanto affermi. Se la religione non modifica le sue rigide dottrine per adeguarsi ai tempi che cambiano non potrà mai continuare il suo proposito a migliorare la condizione della vita umana.

Donne che pregano. photo by Ravi Kanniganti

Il subcontinente indiano è un mosaico di culture, lingue, religioni, tradizioni. Un paese che sta correndo verso la meta del villaggio globale. Come è possibile conciliare la modernità con la tradizione?

Il denaro è il grande equalizzatore e l’immagine del mosaico indiano è un ottimo esempio. L’India sta assistendo all’ascesa di una consistente classe media grazie alla prosperità portata dalla rivoluzione tecnologica e dal commercio internazionale. Questo ha apportato grandi benefici soprattutto per le donne. La loro improvvisa capacità di produrre denaro le fa godere di un certo rispetto in famiglia. Le famiglie tradizionali diventano sempre più tolleranti nei confronti della donna che decide di trasferirsi in una città diversa per cercare un lavoro che le permetterà di vivere indipendente. Certamente la tradizione funge ancora da collante della società, tuttavia penso che i nuovi cambiamenti stiano avvenendo in maniera visibile e al tempo stesso gestibile.

Estratto:

«Niente camicia. Ti ho già detto che alle vedove non è permesso indossare stoffa cucita», sbottò la donna con impazienza. Poi, tenendole la mano sulla schiena, spinse fuori la neo-vedova come fosse una bambola che aveva  appena vestito a festa per farla vedere a tutti, e si gloriò dell’attenzione generale quando i partecipanti al funerale, leggermente turbati, si voltarono a fissare la graziosa vedova bambina. La donna condusse Chuyia da uno dei barbieri del ghat, un tipo trasandato, con i capelli lunghi e un grosso labbro inferiore, che se ne stava seduto ad aspettare paziente sui gradini sotto la pira di Hira Lal.  Sul viso dell’uomo apparve un’espressione di sincera tristezza mentre esaminava i capelli della bambina per decidere come procedere. Non aveva mai rapato una vedova così giovane prima di allora. La bambina rivolse i grandi occhi tristi verso di lui e l’uomo, pur sorridendole dolcemente, le raddrizzò il viso con fermezza. Tagliando la prima lunga ciocca, il barbiere diede inizio a un altro dei rituali di trasformazione di Chuyia in una vedova.

Kalyani; scena tratta dal film "Water"

 

 

Alevanille: dietro le quinte degli wine

Alessandra Traversari, in arte Alevanille, è una ballerina ed insegnante italiana di danza Dancehall. 

Alevanille

La sua carriera è iniziata in Italia, ma ben presto (nel maggio 2009) ha toccato anche la meta ambita da ogni ballerino di Dancehall: la Giamaica, partendo in tournée europea con il gruppo giamaicano Voicemail. Effettuando da quel momento svariati soggiorni in Giamaica al fine di entrare in contatto nel migliore dei modi con la cultura del posto, Alevanille diventa protagonista indiscussa di molte dancehall sessions a livello nazionale e internazionale.

Durante il suo percorso artistico ha realizzato una moltitudine di videoclips musicali in collaborazione con artisti del calibro dei Sud Sound System,di Mama Marjas e di Ms, Triniti.

Nell’estate del 2010 ha ricevuto un attestato ufficiale d’abilitazione all’insegnamento della Dancehall (Coni) e successivamente un riconoscimento dall’Acsi, mentre nel novembre dello stesso anno ha costituito il suo primo corso di Dancehall con sede a Roma.

Attualmente porta  il suo show e le sue masterclass in tutta Europa. E’ membro della crew Mactitude insieme ai ballerini Chriss e Mike. Il gruppo, nel 2012, ha creato una serie di appuntamenti imperdibili, come il recente Mactitude Camp e l’workshop con l’ospite d’eccezione Latonya, (ballerina giamaicana famosa in tutto il mondo).

La prima volta che vidi Alessandra fu attraverso un video (non conoscevo ancora la danza giamaicana) e la prima impressione mi ricordo che fu di perplessità: non capivo la sua naturalezza e la sua spontaneità motoria, anche quando le moves erano “scottanti”, non capivo il lato “sessuale” della danza. Ed è proprio questo il punto nodale della danza femminile giamaicana: le donne liberano la loro sensualità attraverso essa, e lo fanno in maniera totalmente spontanea. Questa manifestazione necessita di essere riportata al suo contesto culturale per essere compresa; chiaro che non è sempre facile portare avanti lo stesso tipo di ideologia in un altro paese, per giunta così diverso come l’Italia.

Successivamente capii che il modo che Alessandra aveva di ballare la danza giamaicana non dipendeva tanto da lei, quanto dalla danza stessa. Capii che lei è una meravigliosa interprete, perchè pur attenendosi alla cultura di provenienza della danza mette del suo. Alessandra non è giamaicana, adora la danza proveniente da quell’isola come se ci fosse nata e cresciuta ma è fiera di essere romana, lei stessa me lo ha confermato. Pensai che sarebbe stato bellissimo averla al Sunfest, a Bergamo. La chiamai e la invitai per organizzare uno stage in occasione del festival annuale di Bergamoreggae, (Sunfest).

La ragazza dal sorriso smagliante che mi si presentò davanti, la stessa che solo con i capelli lunghi e biondi riesce a spiegare il dutty wine, mi fece capire che dietro ad una passione così grande per il ballo della sensualità c’era una persona genuina e forte, una persona ricca, di buon cuore.

Da quel momento ho capito che dietro alle sue impeccabili spaccate e dietro al suo mitico pon di head non c’è solo allenamento, ma c’è una cultura vasta, ci sono una serie di nozioni culturali che si legano alla musica e alla danza giamaicane e che fanno di lei una fonte importante per chi vuole avvicinarsi a questo mondo.

Questo articolo s’intitola “Dietro alle quinte degli wine” proprio perchè con Alessandra non ci si può fermare alla danza, ma bisogna andare a scoprire ciò che sta a monte di essa, ovvero la cultura giamaicana nella sua interezza. Una cultura tutta al femminile, che vede anche la donna protagonista della danza in Giamaica e nel resto del mondo.

Jim Denevan: l’eterno fascino dell’ effimero

 Jim Denevan, artista Land Art americano, traccia i suoi spaziosi disegni geometrici su spiagge, lande desolate o superfici ghiacciate. Prima che la natura intervenga inevitabilmente a cancellarli, l’artista californiano li fotografa, immortalando in tal modo questi suggestivi mandala, che assumono, come accade nelle religioni o nelle filosofie orientali, un significato rituale, spirituale, oserei dire taumaturgico.

Attraverso queste tracce nella materia, Denevan intende celebrare la terra, in un certo senso madre della vita. Sostituendo all’ opera convenzionalmente intesa l’instabilità di atti e segni che non hanno pretese di durata e di consistenza materiale, l’artista esprime il suo concetto di valore esistenziale, la cui testimonianza permane solamente attraverso il mezzo fotografico digitalizzato.

La caducità dell’opera non condiziona la precisione né l’accuratezza dell’esecuzione finale, di fronte alla quale si rimane letteralmente a bocca aperta. Per la partitura degli spazi, l’artista realizza dei cartoni in scala ridotta su cui programma la stesura generale.

Le fotografie delle sue opere richiamano alla mia mente l’arte romantica di Caspar David Friedrich (1774-1840): come il pittore tedesco concentrava la  propria attenzione sui paesaggi desolati della Germania e sugli effetti di luce scaturiti dalle diverse condizioni climatiche, Denevan proietta le sue volontà esecutive su lande desolate, malinconiche quanto eccitanti in quanto incontaminati spazi vitali.

L’artista tedesco, a differenza di Denevan, godette purtroppo di una modesta considerazione in vita. Anche se ebbe clienti prestigiosi, come lo stesso Re prussiano e il futuro zar Nicola I, la maggioranza della critica contemporanea ed i suoi stessi colleghi d’Accademia non lo apprezzarono pienamente. L’ amico J.C. Dahl scrisse infatti: “Friedrich non fu compreso dai suoi contemporanei, o quanto meno lo è stato da pochissimi. La maggior parte ha visto in lui soltanto un misticismo ricercato e innaturale. Ma ciò è sbagliato. Anche se la sua pittura era spesso un po’ rigida, vi erano in essa alcuni tratti fondamentali, la fedeltà al vero e la capacità di osservazione, in una concezione di tale semplicità da sfiorare a volte la meticolosità e la povertà del contenuto”.

In effetti, niente è più fuorviante che considerare Friedrich un mistico. Il misticismo è adesione irrazionale e immediata a un Dio presente nell’interiorità dello spirito individuale. Al contrario, Friedrich costruisce con razionale meticolosità immagini della natura in cui trovare l’esperienza religiosa, e la sua pittura è lo svelamento della presenza divina nella natura, mediatrice del rapporto dell’uomo con Dio.

Friedrich scrisse:“Il divino è ovunque, anche in un granello di sabbia; una volta l’ho raffigurato in un canneto”.

Anche se questo intento religioso non è esplicimente dichiarato dal Denevan, è incredibile come una comune ricerca di pieno, inteso  a  livello emotivo,  nel vuoto (quello delle “lande”)  possa legarsi alla necessità visiva da parte del’uomo del proprio intervento, della propria presenza: operazione espressa da Friedrich in modo più passivo attraverso il “Monaco in riva al mare” o dai segni tracciati dal Denevan, sigle di un umanità minimalista consapevole di essere sulla terra di passaggio.

Friedrich "Monaco in riva al mare",1808-1810, Berlino, Alte Nationalgalerie

La differente cultura da cui nascono gli artisti è la matrice principale della produzione artsitica: da una parte l’artista tedesco è sopraffatto quanto attratto dal fascino dell’effimero, dall’altra il contemporaneo californiano misura quella sopraffazione e la accetta,  trasformandola in un potenziale riscontro sensoriale tanto perfetto quanto caduco e fugace.

Gli interventi di Denevan non sono altro che gli utopici desideri di Friedrich divenuti realtà, la risposta che egli tentava di darsi attraverso la sua pittura, la risposta di appagamento temporaneo di fronte all’eterno e ineccepibile silenzio della natura. Ecco perchè troviamo fisicamente l’uomo nei quadri del pittore tedesco a cavallo tra Settecento e Ottocento, l’uomo che si pone domande che non appartengono a nessuna epoca. Denevan prova con la sua arte a fornirci diverse risposte, che ciclicamente mutano e che contengono  una discrepanza formologica e psicologica al loro interno: difficoltà creativa contro facilità disintegrativa.

Friedrich, "Viandante sul mare di nebbia" 1818, Amburgo, Kunsthalle
Tra i progetti "Earth" (Nevada,2008)
"Earth", (Nevada,2008)