Antropoforme

Antropoforme – La forma funzionale all’uomo

Antropoforme è un progetto artistico nato tra la fine del 2009 e l’inizio 2010 da un trio di studentesse bergamasche dell’Accademia di Brera di Milano.

Da sx: Silvia Malafronte, Silvia Maietta, Chiara Moioli

Silvia Maietta, Chiara Moioli e Silvia Malafronte, approdate a Brera circa tre anni fa dopo un percorso quinquennale presso il Liceo Artistico Statale di Bergamo, sono toccate dalla medesima impressione circa l’ambiente accademico quando constatano l’assenza di modalità relazionali tra gli studenti; “Quelli di scenografia stanno con gli studenti di scenografia, per esempio – osserva Chiara – non c’è modo di interagire durante i lavori che vengono effettuati. Non c’è scambio tra le arti e non c’è ossigenazione.”
Le ragazze si rendono presto conto che questa situazione di indifferenza e di astensione dal confronto interessa anche altri ambienti e genera delle conseguenze nel rapporto con le immagini, decretando un vincolo di stretto individualismo a cui, come se non bastasse, si aggiunge il problema dell’ enorme quantità di icone che sconcerta l’individuo ogni giorno.

Si pongono dunque l’obiettivo di ripensare la relazione tra persona e immagine, al fine di creare un legame nuovo tra i due che preveda l’interazione con una forma semplice, una lettura diversa che focalizzi l’attenzione sul punto, sulla linea e sulla superficie. Elaborano dunque un percorso di ricerca sulla forma che intendono proporre alle persone caratterizzato dalla sintesi, un percorso in continua evoluzione, il cui itinerario è scandito dalla costante della struttura delle cose, dalla pura composizione dell’oggetto.
Il risultato è arrivato con fogli A4 sul cui fronte le giovani stampano delle “forme” in bianco e nero, ai quali si aggiunge del materiale esplicativo per le persone che si trovano a dover “completare” con il proprio estro le suddette forme sul foglio durante il percorso espositivo. Le artiste non sono necessariamente presenti durante l’installazione, Silvia Malafronte afferma: “Desideriamo si accenda una lampadina nella testa della gente. L’installazione è una specie di invito che varia a seconda dei luoghi, dove noi creiamo delle strutture di supporto. Tutto il materiale di Antropoforme è di recupero, tranne le stampe stesse.” Chiara aggiunge: “Dal nulla, senza bisogno di spendere soldi, creiamo le cose”.

A questo punto provano a riassumere quelli che chiamano Steps, ovvero i punti nodali che hanno plasmato le installazioni nel corso della loro ricerca dalla nascita di Antropoforme. Silvia Maietta sottolinea: “La nostra ricerca è in continuo divenire e va a toccare punti differenti”.

“Per il 1°Step di Antropoforme – spiega Silvia Malafronte – abbiamo pensato ad una relazione con la forma di tipo grafico, su semplici fogli A4”. Questo primo esperimento ha inizio il 1° Giugno 2010 all’interno dell’Accademia di Brera di Milano tra gli studenti: le artiste rimangono colpite dal fatto che i fogli completati abbiano riportato risultati figurativi, tali da innescare in loro la curiosità di ripetere un nuovo step in un contesto differente. La conseguenza più spontanea di questa prima esperienza è la creazione di un libretto contenente i fogli A4 a cui gli studenti si erano approcciati e la creazione di un video. Quando chiedo loro se si sentano soddisfatte nel vedere i risultati dell’approccio alle forme che propongono, mi rispondono che è più curiosità quella che viene generata, stimolo alla ricerca per trovare nuovi imput, poiché da ogni step capiscono qualcosa di nuovo. Per motivare il loro sostegno all’essenziale Chiara ricorda, scherzando, le parole della nonna: “Dai diamanti non nasce niente”.

supporto esplicativo del 1°step

Considerando i risultati figurativi del 1°Step, le artiste pensano questa volta di privare le persone della penna lasciando loro solo due strumenti: le mani e la mente. L’ambiente che fa eco a questo secondo approccio è totalmente differente rispetto a quello precedente: si tratta della “Fiera d’Arte Contemporanea di Cremona 2011”, dove hanno esposto in qualità di studenti dell’Accademia di Brera di Milano. La sola aperta e cordiale richiesta viene stampata in forma minuta, come scelta ecocompatibile, sul loro fantastico biglietto da visita: “Vuoi portare Antropoforme nella tua città?”. Così le ragazze presentano sempre fogli A4, ma questa volta con una stampa fronte e retro di maggiori dimensioni; la struttura, sempre di recupero, è una sorta di paravento al quale si affiancano quelle che Silvia Malafronte chiama, non senza una punta d’ironia, “stampelle”. In realtà sono parallelepipedi di ferro battuto recuperati da un professore e dipinti, adibiti a struttura portante di una tela cucita con filo di nylon a rappresentare contenitori nei quali i fogli sarebbero stati posti. Silvia ricorda, mentre sorride divertita: “Sembravamo pescatori mentre cucivamo la tela”. Il senso del paravento invece, chiamato scherzosamente “cabina elettorale”, era quello di avere un po’ di privacy durante l’approccio al foglio. Ogni volta che le ragazze hanno svuotato il contenitore delle creazioni con i fogli piegati e manipolati dalla gente, hanno trovato qualcosa di interessante. Chiara sostiene: “La cosa sorprendente è stata che in tre giorni si fossero consumati 400 fogli”. Ma alle sorprese del 2°Step si accompagnano le riflessioni, segno imprescindibile della loro ricerca: si accorgono che le persone desiderano conoscere tutto il percorso del materiale dove essi intervengono e avere piena consapevolezza della sua destinazione. Così decidono di curare maggiormente questo aspetto del progetto negli steps successivi, dichiarando che tutt’ora questo rappresenta uno degli obiettivi principali; come sottolinea Silvia Maietta : “Sarà uno dei prossimi obiettivi di Antropoforme dare ancora più spazio e autonomia alla persona, che ha una parte attiva nel progetto.

particolare della struttura del 2°step

Il 3°Step ha preso corpo con il progetto “Antropoforme identità cromatiche”, quella che le artiste chiamano “la parentesi colorata di Antropoforme”, con sede nuovamente in Brera, tra la fine di Dicembre 2011 e l’inizio di Febbraio 2012. Introducendo i colori hanno svolto veri e propri laboratori in classe, durante i quali permane il concetto base dell’ideologia antropoformiana: l’interazione delle persone tra loro stesse e le forme. L’obiettivo è quello di creare accordi cromatici utilizzando i colori più consoni alla propria personalità, riprendendo un esperimento che Itten rivolse ai suoi studenti nel lontano 1928, a seguito del quale evidenziò un’analogia tra le persone e i colori scelti da queste. Per rompere il ghiaccio con i coetanei in classe, le ragazze ripropongono l’esperimento in chiave contemporanea, superando le osservazioni del teorico del colore svizzero e riallacciandosi alle tematiche di Antropoforme. Dopo aver lasciato che ogni studente realizzi la propria griglia cromatica, svolgono altri due laboratori durante i quali gli studenti possono percepire sé stessi e gli altri attraverso l’accostamento cromatico-fisiognomico. Nel corso del secondo laboratorio il lavoro di squadra va a toccare corde più profonde, sempre giocando sul riconoscimento di appartenenza delle griglie cromatiche attraverso il confronto visivo tra foto dell’individuo e colori scelti. Le affinità cromatiche possono “sostituire” quelle affettive, gettando luce sulle dinamiche inconsce e psicologiche che agiscono sull’individuo e sui rapporti intessuti con gli altri.
Le artiste, avendo riscontrato una mancanza di collaborazione generale da parte degli studenti, osservano: “Questa volta abbiamo voluto provare ad essere presenti, riscontrando una resistenza iniziale che una volta entrati in gioco è scemata.”

Laboratorio del 3°step

Nel tentativo di coniugare gli esperimenti passati, ecco che subentra l’installazione all’interno della Biblioteca Comunale di Mozzo, in provincia di Bergamo: il 4° Step. Qui le ragazze rivolgono l’attenzione all’autonomia del visitatore, al rapporto osmotico che dovrebbe sussistere tra lo stesso, lo spazio e gli oggetti antropoforme. Grazie alle esperienze effettuate capiscono che il rapporto con lo spazio dev’essere “camaleontico”, di adattamento. Così propongono la creazione di un libro attraverso l’intervento attivo del visitatore, prodotto finito nel quale è protagonista. I fogli, che questa volta fungono da pagine, riprendono le forme geometriche delle mensole presenti all’interno della biblioteca ed esibiscono del velcro sui bordi al fine di poterli comporre a piacere nel libro. “Noi abbiamo semplicemente creato le condizioni – sottolinea Silvia Malafronte – ma questa volta le persone vengono totalmente coinvolte nel fine”. I tipi di segni che fanno trovare sul foglio sono sempre fatti a computer, geometrici, grafici, ma comunque sempre asettici, caratterizzati da una semplicità di base.

Il 4°Step è ancora in corso, e rimarrà in biblioteca fino a settembre.

Antropoforme presso la Biblioteca Comunale di Mozzo (Bg)

Quando domando alle ragazze se Antropoforme possa essere definito “curativo”, rispondono che le reazioni delle persone sono imprevedibili e differenti: alcuni possono sostenere perfino che sia una necessità giornaliera, come un gallerista incontrato dalle artiste a Cremona, altri possono sentirsi presi in giro, provocati. Ogni reazione rispecchia il carattere dell’individuo e non è assolutamente prevista.

Il sogno di Antropoforme è quello di renderlo agli occhi di tutti un progetto funzionale, utile. Dietro a questo sogno ci sono tre ragazze eclettiche e piene di vita, a volte “eccessivamente autoironiche”, come afferma scherzando Silvia Malafronte. Ognuna di loro conosce l’altra e dà al progetto un apporto fondamentale: Chiara è precisa, Silvia Maietta è una brava comunicatrice, mentre Silvia Malafronte è progettuale. La loro armonia è genuina e affonda le radici in un’esigenza comune sorta contemporaneamente nel 2010, quando nel mese di giugno, sedute al Bar Brera, è nato il nome che intitola il loro progetto: Antropoforme.
A questo punto non ci resta che seguire con grande curiosità gli sviluppi dei prossimi steps, la cui imprevedibile dinamica tanto ci affascina.

Beatrice Secchi

Le fate dei 4 elementi

Programma:

h 20.00/21.00 : “Le fate dell’ARIA & le fate dell’ACQUA”, stage di Danza del Ventre con Serezhana Pozdeeva;

– E’ necessario portare un velo per la corografia ARIA;

– Si consiglia di portare dei cimbali per la coreografia ACQUA;

h 21.00/22.00 : “Le fate della TERRA & le fate del FUOCO”, stage di Tribal Fusion con Beatrice Secchi;

Esploreremo la tecnica dell’ Hot Pot Style tipica delle UNMATA, gruppo di danzatrici americane fondato da Amy Sigil; poi ci concentreremo sull’uso delle braccia e sull’apertura del torso, al fine di ottenere movimenti fluidi e precisi durante la coreografia;

Dove:

A.S.D. “Il Canto della Terra”
Alzano Lombardo, Località Nese (Bg)
Via Ripa 64
www.ilcantodellaterra.org

Costi:

Costo per un’ora di stage: euro 8
Costo per due ore di stage: euro 16

nb. La quota verrà versata direttamente all’arrivo prima di iniziare lo stage;

SI PREGA DI CONFERMARE LA PRESENZA VIA E-MAIL : info@americanaexotica.it

Bolt – un totem per il 50°anniversario dell’Indipendenza giamaicana

6 Agosto 1962: la Giamaica ottiene ufficialmente l’indipendenza dal Regno Unito;

6 Agosto 2012: la Giamaica festeggia i cinquant’anni d’Indipendenza;

Sono previsti festeggiamenti da Kingston a Negril, da Ochos Rios a St. Elizabeth, ed Usain Bolt, paradossalmente, gioisce nel Regno Unito stesso seguito dal connazionale Yohan Blake, grazie all’oro e all’argento ottenuti nella finale dei 100 metri dell’Olimpiade londinese il 5 Agosto; le loro medaglie si aggiungono a quelle ottenute da Shelly-Ann Fraser-Price e Veronica Campbell-Brown.

Giamaica – Stadio Nazionale – Grand Gala 50°anniversario d’Indipendenza Giamaicana;
Usain Bolt

Bolt : “L’orgoglio di essere giamaicani è il nostro motore”

Un motore il cui funzionamento non è solo il risultato di DNA, talento e fibre muscolari eccellenti; è anche ardore, senso d’appartenza al lignaggio dell’amore per un popolo e per la sua terra.

Bolt è nato il 21 agosto 1986 nella parrocchia di Trelawny, in provincia di Falmouth, il cui porto fu il più importante dell’area fra la fine del 1700 e il 1800 e in cui  approdarono per prime le navi che portarono gli schiavi dall’Africa. All’inizio dell’ Ottocento a Trelawny si contavano più di 30.000 schiavi, i quali lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Proprio in quel fazzoletto di terra, nel 1832, William Knibb, che divenne ministro e responsabile dell Chiesa Battista di Falmouth, si battè per la libertà degli individui piantando il seme della rivolta. Divampò quella che fu chiamata la Baptist War: gli schiavi si ribellarono, poichè cominciò a circolare la voce di episodi di liberazione di alcuni schiavi, ma la novità venne nascosta dai loro padroni; Knibb fu imprigionato e spedito in esilio in Gran Bretagna; molti schiavi furono impiccati: ma sei anni dopo arrivò la liberazione. A poco a poco le piantagioni persero lavoratori e l’economia dell’area conobbe un tracollo. Gli ex-schiavi fondarono duque nuovi villaggi non lontano da Falmuth.

“Quella è la nostra origine. Siamo figli del dolore”

Usain è nato e cresciuto a Sherwood Content, uno dei villaggi costruiti dopo l’integrazione, in mezzo al verde. E’ qui che durante la sua infanzia giocava per la strada a football e a cricket con suo fratello Sadeeki.

“Quando ero giovane, non pensavo a nient’altro che allo sport”

Gli abitanti di Sherwood nel 2008, dopo i trionfi di Usain a Pechino, spedirono una lettera al Governo richiedendo fondi per riparare la strada degradata di collegamento con Falmuth, al fine di festeggiare nel modo adeguato il loro figlio veloce. Qualcuno aggiunse la richiesta di portare l’acqua corrente in alcune case che ne erano ancora prive. I miglioramenti, a livello urbano, furono possibili anche grazie ai fondi stanziati da Bolt, (oltre 3 milioni di dollari).

“Mai avuto dubbi”. “Nella mia testa non ho mai avuto alcun dubbio che sarebbe andata a finire così…”

Il 5 Agosto 2012 Usain Bolt ha catalizzato nuovamente l’attenzione sulla sua sorprendente capacità di domare lo spazio-tempo riconfermandosi l’uomo più veloce del mondo. Il tempo, 9″63, è il migliore dell’anno ed è anche record olimpico, ma non è inferiore al record del mondo,  (9″58), che lui stesso ha decretato nel 2009 ai Campionati Mondiali di Berlino, (http://www.youtube.com/watch?v=dzucAjqO73I). Nonostante alcuni centesimi di secondo persi ai blocchi di partenza, Bolt si concentra sulla vittoria;

In un Paese dove il reddito medio pro-capite è di circa 3.500 dollari all’anno, nemmeno dieci dollari al giorno, (meno di quello che un turista paga per un t-shirt di Bob Marley acquistata durante un tour al mausoleo che gli è stato dedicato, a Nine Mile), dove circa il 90% degli abitanti tra i 15 e i 24 anni è analfabeta, (secondo l’UNESCO), dove il tasso degli omicidi è altissimo, (tra bande che si spartiscono il mercato della droga o faide politiche nei ghetti di Kingston, Spanish Town e nelle zone più malfamate di Montego Bay), dove vige il più alto tasso di deforestazione, (il suo manto boschivo si riduce di oltre il 5% all’anno), dove, secondo la World Conservation Union, si è al decimo posto nel mondo per numero di anfibi e specie vegetali a rischio d’estinzione a causa del turismo e dell’estrazione della Bauxite in “miniere a cielo aperto”, una speranza è rappresentata dalle proprie gambe, dalla natura di una corsa vitale in un campo di atletica nell’erba brulla, sotto un sole perenne che scalda i cuori dei  “da tanti, un solo popolo”, il motto giamaicano per indicare il carattere multietnico del paese, che in realtà è composto per il 91% dalla popolazione discendente direttamente da antenati deportati dall’Africa.

Per Usain Bolt, come per tanti altri atleti giamaicani, la corsa non è solo speranza, ma è una missione, una rappresentanza, diventa l’allegoria della propria cultura, racchiusa nei colori della bandiera sventolata con onore alla fine della corsa mozzafiato.

“I will do anything for Jamaica, anything they ask. I love Jamaica and wouldn’t  live anywhere else”

Bolt è anche un eccelso ballerino, come tutti i suoi connazionali che cantano la vita attraverso la danza. Egli ha contribuito a rendere conosciuta in tutto il mondo la danza creata dal suo amico giamaicano ballerino Ice Man: il gully creepa. Eseguita da Bolt dopo la vittoria di Pechino non restò solo un tributo, ma divenne un modo per celebrare una comunione d’intenti. Purtroppo nel 2008 Ice è deceduto, ma la sua danza resterà per sempre nella storia.

Il gully creepa non è l’unica danza eseguita da Bolt come omaggio alla sua isola, un omaggio al mondo che si configura come un totem, un simbolo dove la comunità si riconosce; c’è anche il Nuh Linga, il cui creatore è Ovamars, giovane ballerino giamaicano, le cui parole sulla questione esprimono orgoglio e felicità: “It’s like somebody out there is doing my ting (dance)… di fastest man in di world is doing my dance. It’s so great mi caan forget that moment“;

Bolt esegue il Nuh Linga dopo la sua vittoria : http://www.youtube.com/watch?v=94_eyAZZdng&feature=related

Usain Bolt si configura come totem, in quanto la società giamaicana si riconosce e celebra sè stessa nelle sue vittorie e, a sua volta, Bolt utilizza paradossalmente degli elementi totemici, dei simboli in cui nuovamente la comunità e lui stesso si riconoscono: sto parlando delle danze, dal gully creepa al nuh linga, gesti apotropaici e celebrativi che contribuiscono a delineare un percorso circolare tra Bolt, il resto del mondo e la sua terra, agganciando la cultura all’uomo, come una seconda pelle non lo abbandonerà mai.

Beatrice Secchi